mercoledì 26 agosto 2009

inglorious basterds


Di passaggio a Parigi per qualche giorno di vacanza ho avuto la fortuna di vedere in versione originale (impagabile) il nuovo Tarantino, "Inglorious Basterds", che, va detto subito, è una genialata. La trama – ispirata a "Quel maledetto treno blindato" (1977), del regista italiano Enzo Catellari (presente in un cameo) – credo si sappia ormai ampiamente: primo anno dell'occupazione tedesca in Francia. Il Colonnello delle SS Hans Landa (uno strepitoso Christoph Waltz, premiato a Cannes), dopo un lungo e mellifluo interrogatorio, decima l'ultima famiglia ebrea sopravvissuta in una località di campagna. La giovane Shosanna riesce però a fuggire. Diventerà proprietaria di una sala cinematografica in cui confluirà un doppio tentativo di eliminare tutte le alte sfere del nazismo, Hitler compreso. Infatti, al piano messo in atto artigianalmente dalla ragazza se ne somma uno più complesso. Ad organizzarlo è un gruppo di ebrei americani (the Bastards, appunto) guidati dal tenente Aldo Raine (Brad Pitt, con un agghiacciante accento del Tennessee), i quali non si fermano dinanzi a niente pur di far pagare ai nazisti le loro colpe (con tanto di caccia allo scalpo). Il film scorre che è una meraviglia, con rimandi e omaggi continui a tanti classici del cinema (Lubitsch, Duello al sole, Sergio Leone, addirittura Edwige Fenech!), la solita colonna sonora di stampo morriconiano (ma con un David Bowie con non stona affatto), per concludersi con uno dei finali più catartici della storia del cinema. Insomma, assolutamente imperdibile (anche se per forza di cose la traduzione italiana sarà un massacro).

mercoledì 10 giugno 2009

due parole sugli zu


In questo momento gli Zu sono tra i migliori cinque gruppi al mondo. Tecnicamente e artisticamente. E dal vivo forse sono i migliori in assoluto. In assoluto. Dopo averli visti ormai sei, sette volte, rivederli l'altra sera all'Hana-Bi (concerto eccezionale, eccezionale) è stato come riscoprire – ancora – lo stupore dell'epifania. Quello che fanno è geniale e incatalogabile. Pupillo sembra un Les Claypool (più bravo) fatto di speedball, col basso fa assolutamente quello che vuole e alla velocità della luce, Mai tira fuori dal sax suoni impensabili (chitarra elettrica?? moog???), e dietro c'è Jacopo Battaglia, un cyborg, una macchina da guerra, un polipo elettrificato che la batteria sembra la voglia ridurre in pezzi ogni volta. In America se ne accorsero subito – i ragazzi sono in circolazione ormai da dieci anni – e i maggiori nomi dell'avanguardia free jazz e non solo cominciarono a fare a gara per collaborare col trio romano, che non per niente si trova col nuovo album su Ipecac e ospiti come Mike Patton o Buzz Osborne.
Ma è vederli suonare che è davvero un'esperienza catartica, uno di quei (rari) casi in cui ciò che avviene on stage ti trapassa, ti porta da un'altra parte, ti fa venire la pelle d'oca.
Grandi.

giovedì 26 febbraio 2009

non faremo prigionieri - antonio rezza e flavia mastrella


Antonio Rezza e Flavia Mastrella sono il 27 febbraio al Rasi nel Nobodaddy, e io ci ho parlato.

Attore dal taglio grottesco e provocatorio, Rezza crea nei suoi spettacoli esilaranti un mondo sbilenco in cui si muovono personaggi somaticamente e interiormente deformi, dotati di un qualunquismo eccellente. Parlano un dialetto ciociaro frastagliato e tronco, sprigionato a pieni pori nella narcisistica convizione di essere individui originali, contemporanei e, nei casi più sfacciati, avanguardisti.
Spuntando qua e là tra le tele elastiche iridescenti, il performer dà vita a una sorta di tableaux vivant di “mostri” contemporanei, ognuno con una storia feroce da raccontare, ognuno barricato nel proprio microcosmo disordinato dove stracci di realtà si susseguono senza un filo conduttore. Ogni personaggio s’identifica con un’espressione del volto portata all’estremo e incorniciata nei siparietti di stoffa che diventano talvolta anche costumi (sono quelli che Rezza e Mastrella chiamano i "Quadri di scena", vere opere d'arte che Mastrella crea e che Rezza "indossa") fino a sembrare infinite maschere diverse. Ma può essere anche semplicemente il pezzo di un arto – un polpaccio, un mezzo braccio che spunta dai tagli delle stoffe – a evocare identità frantumate un in una sinfonia di voci e ritmi che procedono senza sosta. Ed ecco le capoccette parlanti che si alternano tra le finestrelle ritagliate nelle sete, nelle reti e nella juta dando il senso di quartieri popolari affollati dove il gioco e la fantasia alzano il vessillo dell'incomprensione media.

I personaggi di Pitecus vogliono rappresentare qualche categoria di umanità italica?

Rezza: «In realtà Pitecus non ha niente a che fare con l’Italia. Sono contro qualsiasi forma di patriottismo, non credo all’appartenenza. Qui si tratta di sentimenti universali, tra l’altro degli anni ’90, visto che Pitecus è uno spettacolo antico, un classico ormai. Sono cose che nemmeno mi appartengono più, anche se le rappresento con la stessa forza di allora proprio perché universali. Col tempo è sopraggiunto un idealismo che in Pitecus non c’è; in Pitecus c’è ancora la voglia di pensare, di non disperare, la possibilità di unirsi per fare, mentre in seguito è subentrato l’individualismo più spietato. Comunque lo spettacolo non c’entra con l’Italia, l’Italia non esiste».

Il vostro modo di lavorare, in cui Flavia crea i quadri di scena su cui poi Antonio dipana lo spettacolo, è una specie di simbiosi involontaria, due indipendenze che confluiscono in qualcosa di nuovo. E’ voluto o avvenuto?

Mastrella: «E’ avvenuto, perché non riusciamo a lavorare insieme. Il teatro viene alla fine, all’inizio è improvvisazione e forma». Rezza: «Il teatro che facciamo non è mai scritto, perché non può essere scritto un testo da cui poi deve passare l’energia del corpo. Siamo contro il teatro scritto, la nostra improvvisazione non è naif, è un’improvvisazione calcolatissima che poi diventa testo, ma lo diventa in quanto questo testo non è mai stato scritto da un corpo che se si siede diventa pezzente, miserabile. Noi siamo lontani da questa miseria del corpo seduto a prevedere quello che poi sarà il funzionamento di una cosa scritta che per quanto scritta non può essere messa in piedi». Mastrella: «E così pure sono i quadri di scena, che sono stati costruiti direttamente con la materia stoffa, sono intesi come opere».

Rezza, i quadri di scena rendono vivo, carne, l’amore per le arti figurative di Flavia. Questo influenza il tuo modo di fare in scena, il tuo essere performer?

«Quello che facciamo noi è qualcosa che non fa nessuno. Il teatro come spazio non esiste, io lavoro all’interno di uno spazio rielaborato che Flavia mi consegna dopo aver creato queste strutture per il suo tornaconto estetico, non per il mio, quindi è evidente che una volta che io mi trovo queste opere, che sono una donazione della sua fantasia, è chiaro che influenzano necessariamente, è giusto che sia, specialmente in Pitecus in cui i quadri di scena rappresentano la nostra avanguardia, perché io ho iniziato a muovermi lì e finirò con Pitecus, sarà lo spettacolo che quando non mi muoverò più riuscirò ancora fare, perché è faticoso ma non come gli altri. Queste “sculture” portano necessariamente il mio corpo a modificarsi in base alle idee che mi vengono quando entro in loro. E’ una rielaborazione continua del lavoro. Flavia lavora sul mio corpo, ma non sul mio corpo fisico, sull’idea del mio corpo che, è un discorso concettuale, non legato alla persona fisica».

Cosa cercate dalla rappresentazione (che per voi avviene in vari modi, dal teatro alla letteratura al cinema)? E’ un’esigenza personale? Volete dire qualcosa a qualcuno? Oppure è puro istinto, pura vita?

Mastrella: «Una domanda difficilissima. Istinto non credo, penso che sia esigenza». Rezza: «Per me è un’urgenza. E’ urgente fare ciò che facciamo, inevitabilmente. Noi lavoriamo in assoluta precarietà di raffinatezza. Non sappiamo mai quello che facciamo, dove andiamo, se troviamo gli spazi, perché siamo visti scomodi dagli altri. Nonostante abbiamo parecchie difficoltà abbiamo sempre tantissime cose da fare, proprio perché siamo urgenti». Mastrella: «Quando poi il lavoro è finito l’urgenza è finita, bisogna subito pensare a un’altra cosa da fare. L’urgenza è anche una versione creativa, si autoascolta».

Si riparte sempre da zero.

Rezza: «Sì, si rappresenta quello che si è fatto necessariamente, perché la rappresentazione è per noi anche una forma di autosovvenzionamento. Noi non prendiamo soldi dallo Stato, ed è una scelta politica coraggiosa, non so quanti in Italia abbiano portato avanti questa forma di religione». Mastrella: «Più che religione, una forma di lotta». Rezza: «Sì, non prendere i soldi è una forma di lotta contro lo Stato».

L’Italia, in questo momento, mi sembra un paese davvero poco adatto per chi rompe completamente certi standard nel fare arte, spettacolo. Che rapporto avete col nostro Paese?

Mastrella: «Se uno la vive dal punto di vista dello spazio l’Italia è bellissima, ci sono degli spazi fantastici. Il problema è chi ci abita. Ma è sempre stato così, è da dopo la guerra che l’Italia sta subendo un fenomeno di analfabetismo medio; è un lavoro che parte dall’alto e che viene fatto da sessant’anni». Rezza: «Io credo che il mio rapporto sia di amore, non verso la terra ma verso la luce; e di odio verso le istituzioni. Ad esempio, quello che manca a gente come noi è il contatto con persone che fanno la stessa vita, però ti assicuro che anche persone insospettabili che abbiamo contattato si negano a una dialettica della negazione della speranza, ma comunque a qualsiasi dialettica, tanto che difficilmente riusciamo ad avere degli interlocutori». Mastrella: «C’è poco contatto tra gli artisti». Rezza: «Non solidarietà, contatto. Non c’è contatto tra chi fra arte, e se manca questo manca tutto. Noi spesso cerchiamo contatti con chi stimiamo, ma poi spesso è proprio chi stimi che ti delude. Comunque qualcuno alla fine lo troviamo, per questo ci rendiamo disponibili quasi a tutti».

E’ evidente che i vostri spettacoli sono violentemente antinarrativi, dunque molto fisici, corporei. Forse è da questo che scaturisce la risata irrefrenabile, perché è legata allo stomaco e non al cervello.

Rezza: «Il nostro teatro è antinarrativo per statuto, la narrazione è un cancro, una metastasi che sta distruggendo la voglia di stupore del pubblico; sono tutti racconti in cui il pubblico segue il filo del discorso che è poi il filo che lo impicca». Mastrella: «C’è poi il fatto che nelle storie, nella frammentazione della narrazione, ognuno dà i connotati precisi alla storia, quindi il lavoro narrativo non si ferma a chi lo fa ma finisce su chi lo vede». Rezza: «Vedendo i nostri spettacoli si smotta sulla poltrona, perché non c’è la certezza di una narrazione. La narrazione rappresenta la scelta politica di campo che c’è oggi».

Voi non amate i paragoni, le correnti artistiche, le definizioni, le influenze, quindi ciò che create viene dalla vostra interiorità, da un tempo a grado zero che vede solo il futuro?

Mastrella: «Anche dalle influenze esterne». Rezza: «Flavia legge, io no; penso che, quando due persone lavorano insieme, se ce n’è uno che studia e uno che ignora il risultato sia migliore, nel senso che anche l’ignorare è un lavoro, io faccio fatica a ignorare, non mi viene così spontaneamente, mi devo impegnare molto per essere una persona che ignora, come lei deve impegnarsi molto per essere una persona che segue, che studia. Però l’evoluzione è parallela, e tutto ciò che esce esce da noi, per quell’urgenza di cui parlavamo prima. Il fare perché il non fare sarebbe troppo doloroso, tutto qui».

Ha senso la critica nella rappresentazione, sia essa teatrale, cinematografica, letteraria? Può esistere il ruolo di critico come tramite tra autore e pubblico?

Mastrella: «Il lavoro del critico è costruire qualcosa intorno a quello che si vede, e ce ne sono pochi che costruiscono. Per l’arte figurativa magari un po’ di più. Comunque la critica ha senso se è creativa, ma creativa non in senso scolastico; deve essere una critica costruttiva, che dà un’immagine che non si vede. Che apre altre vie, altre letture, e questo sono in pochi che lo sanno fanno». Rezza: «Io dovrei risponderti con una frase del Pasolini del film “Teorema”, e cioè che l’arte deve creare delle espressioni talmente nuove che la critica non abbia gli strumenti per decifrarle. Bisogna essere così sempre diversi da non poter dare alla critica di parlare di quello che uno fa. Se nel nostro caso dopo tanti anni ancora i critici del teatro pensano che Falvia Mastrella realizzi delle scenografie, questo significa che il nostro lavoro è veramente all’avanguardia, che non ci sono gli strumenti per definirlo. Non si hanno gli strumenti per differenziare due persone unite, anarchiche e complementari».

Quindi per voi la critica è una sorta di misurazione della vostra avanguardia?

Rezza: «Sì, da lì io capisco che stiamo lavorando bene. Vedendo Pitecus ci si rende conto che quello è un teatro di genere; se avessimo lavorato con i quadri di scena per tutta la vita, la critica avrebbe avuto la possibilità di incanalarci, di capirci e di farci più ricchi. Negli spettacoli successivi a quello invece abbiamo abbandonato sempre quello che avevamo fatto prima e continuano a non capire letteralmente un cazzo. E quindi ci fanno un favore, perché noi così siamo sicuri che stiamo lavorando bene».

sabato 7 febbraio 2009

live and let die


Ritrovo e ripubblico un post apparso sui calamari neri tre anni fa. Quanto mai attuale.

Il problema dell’eutanasia non mette in gioco il valore della “vita” che prolifera ovunque, ma il valore dell’individuo che, in certe condizioni, può non ritenersi più degno di sé, e può quindi sentirsi in diritto di decidere di porre fine alla sua esistenza quando questa ha assunto i tratti di un puro processo biologico che, grazie all’assistenza tecnica, procede nella sua anonima irreversibilità. Ma quando ci emanciperemo da questo grossolano materialismo che, affiancando la vita alle sorti della materia, ci espropria di quel che la vita ha significato per noi, dello stile che le abbiamo dato, dell’impronta che le abbiamo conferito, per consegnarci irrimediabilmente a quell’evento non nostro che è la morte organica? E perché i difensori della “sacralità della vita” ritengono che bisogna nascere solo come natura prevede e non come i progressi della tecnica medica oggi consentono al di là dei limiti della natura, e poi capovolgono il ragionamento quando si tratta di morire? Il risultato è che chi vuole figli e non li può avere secondo natura deve affogare in un mare di tristezza, e chi vuole morire secondo natura non lo può fare e deve prolungare la propria esistenza in un mare di tortura. E’ evidente, tanto per cambiare, che per l’immonda massa di ipocriti che regna su questo mondo disgraziato – ma soprattutto su questo paese disgraziato – (i vari teocon, teodem, centristi assortiti, cattointegralisti e cazzi vari) tristezza e tortura sono i veri capisaldi a sostegno della loro fottuta “sacralità della vita” in uno scenario dove il sadismo ha preso il posto del buon senso e, va detto, dell’amore.

martedì 20 gennaio 2009

Infinity


Mostruosamente incuriosito dalla recensione di Stefano Bianchi su Blow Up di ottobre mi sono procurato tramite internet una copia del disco "Infinity" dei K-Space. Bianchi lo definice "una cosa del tutto inedita nella storia della musica" e, per ora, mi trova pienamente d'accordo. Il cd in questione è destinato unicamente al computer (Mac o pc) e non gira nei lettori cd. Non contiene nè un numero determinabile di tracce nè ha una lunghezza complessiva calcolabile. Lo si inserisce nel computer e nella finestra appaiono tre possibilità, play, stop, quit; partito, va avanti per una ventina di minuti e non si può mettere in pausa ma solo fermarlo per poi ripartire da capo, ma ciò vuol dire una traccia diversa da quella appena ascoltata. Sempre. Ogni volta diversa. E per diversa intendo DAVVERO diversa, nel senso che a parte un'atmosfera ambient di fondo i rimandi spaziano da Supersilent a Residents, dal suono Hapna a certi tribalismi Aa, da Stars of the Lid a Miles Davis. E poi la musica che si sente non gira assolutamente in maniera casuale, visto che il software che muove il disco - così ci dice il sito - non va random ma secondo schemi esatti voluti dai programmatori, il che vorrebbe dire che allora il numero delle tracce è finito e che prima o poi cominceranno a ripetersi. Ok, ma quando? Come Bianchi anch'io (dopo una decina di ascolti completi) ho fatto ripartire il cd un centinaio di volte ascoltandone solo l'incipit per curiosità e ogni volta non ho percepito la minima somiglianza con la partenza precedente. Il tutto è comunque spiegato in una cartella del cd, a partire dall'idea di fondo, che venne in mente ai due responsabili dell'operazione, Tim Hodgkinson (Henry Cow, God, ecc) e Ken Hyder, quando molti anni fa incontrarono in Siberia lo sciamano-musicista Chamzyryn. E la cosa comunque più importante di tutte è che si tratta sempre di musica bellissima, tanto che, veramente, potrebbe soddisfare la voglia di ascolto per un tempo, appunto, infinito. Infine, e forse è qui la vera provocazione, il cd non è masterizzabile nè downloadabile in alcun modo.

venerdì 9 gennaio 2009

bachi e tarli


Ho avuto la fortuna per lavoro di fare una lunga chiacchierata con Giovanni Succi dei Bachi da Pietra in occasione del loro concerto al Bronson di sabato
10 gennaio, quando presenteranno il nuovo album, Tarlo Terzo, prodotto da Bronson Produzioni. Raramente mi è capitata un'intervista così interessante. Eccola.

Partiamo dall’inizio: terminata l’esperienza Madrigali Magri c’era la volontà precisa di un nuovo progetto o l’incontro con Bruno Dorella è stato più casuale?

«Da parte mia c’era la certezza che in qualche modo avrei continuato a fare musica, a suonare, tant’è vero che quando all’epoca dell’ultimo album dei Madrigali Magri, “Malacarne”, cominciarono a spuntare date non più cercate da noi ma offerte da persone che ci cercavano e il gruppo non esisteva più, io decisi comunque di fare quelle date proponendomi in versione solista con le canzoni dei Madrigali. Fu un tour di una ventina di tappe che cominciò in Puglia e finì a Parigi, quindi un bel giro in solitaria. Avevo quindi la certezza assoluta che io avrei continuato in qualche modo, non tanto come atto volontaristico ma per una specie di pulsione fisica. Poi l’incontro con Bruno: suonare con lui fu naturale, facile, fummo talmente felici di scoprirci su lunghezze d’onda totalmente analoghe sotto tutti i punti di vista, non solamente quello musicale, che tutto venne nel modo più naturale possibile. Ma ci sono voluti un paio d’anni; il progetto Madrigali finì nel 2001, nel 2002 ci fu questo “Malacarne Live set solo” e alla fine del 2004 ci fu l’incontro con Bruno. Nel frattempo avevo composto materiale da mie idee ma non sapevo quali canali avrebbe preso, dove sarebbe sbucato. E alla fine nacquero i Bachi».

Secondo te si possono riconoscere chiaramente nei Bachi alcuni elementi che ognuno di voi due ha portato dalle precedenti esperienze o il gruppo è qualcosa di nuovo, di completamente amalgamato?

«Credo che nessuno sia mai completamente nuovo a se stesso. E’ ovvio che ci si mischia in relazioni che creano altro, ma noi portiamo comunque una base personale che è il nostro passato e la nostra voglia di futuro, e queste cose cambiano insieme; quando le metti in gioco in una relazione è normale che quel che ritrovi non sia più la somma esatta di quel che avevi prima, non è una questione matematica. Sicuramente si sente la mia impronta come quella di Bruno perché abbiamo entrambi personalità musicali molto marcate, però quel che ne è uscito è qualcosa di ancora diverso a mio modo di vedere. Le idee danno vita ad altre idee, le cose si sviluppano con il confronto, l’approfondimento, lo studio, e questo c’è stato e c’è tuttora e quindi è normale che le cose cambino».

A questo proposito, c’è secondo te un’evoluzione, una direzione che i vostri tre dischi hanno preso, oppure ogni album è un mondo a sé?


«Entrambe le cose. Ogni disco è un po’ un mondo a sé ma nel senso che c’è una specie di progetto più o meno conscio che li unisce. Anche in questo momento, in cui è appena uscito “Tarlo Terzo”, sto già tramando per il prossimo album. Mi rendo conto che visti in prospettiva i tre lavori sono tre passaggi, tre stadi di una nascita di qualcosa che secondo me deve ancora venire. “Tornare nelle terra”, il primo disco, rappresenta i primordi totali, è l’humus, il brodo, la materia bruta; anche l’intenzione è meno definita, il progetto è sul nascere, è una fase evolutiva. Poi c’è “Non io”, che apre una sorta di non-individuazione, cioè c’è un non-individuo che è uscito da questa cosa. Il titolo non era pensato a questo scopo però a distanza di tempo ci rendiamo conto che sembra veramente una nascita, un primo prodotto che esce da quel brodo. “Tarlo Terzo” sembra invece la prassi, l’essere per fare, non saprei spiegarlo altrimenti».

La mia impressione di Tarlo Terzo è infatti quella di un potenziale ancora inespresso, ma in senso positivo, cioè che la sua bellezza sta anche nel farti intuire che chissà cos’altro può ancora arrivare.

«Questo è esattamente il gioco che vogliamo giocare – e quando dico giocare penso a un verbo che in altre lingue è esattamente identico a suonare. Troviamo cioè che sia avventuroso portare avanti un progetto che sembra già morto in partenza: con metà batteria e una chitarra dove vorrai andare? Ci sono infatti giorni in cui mi sento completamente sconfitto da questa situazione e ci sono invece giorni in cui mi ricordo che in fondo quello che ci piace, il blues, il rock ‘n’ roll – ma anche l’arte del ‘900 – sono retti su di un equilibrio sottilissimo di alchimie di istanti, di elementi che alla fine sono sempre identici a se stessi, non occorre reinventare l’universo. Per essere un bravo cuoco non devi inventare un ingrediente, devi ricavare il meglio anche da quei pochi che hai».

Proprio a proposito della ridottissima strumentazione dei Bachi, è strano come invece all’ascolto di Tarlo Terzo si pensi subito alla new wave e dunque a sonorità molto legate all’elettronica. Immagino che dietro a ciò ci sia una grandissima cura del suono.

«Mi fa piacere che mi abbia fatto questa domanda, perché veramente molti sono disorientati da ciò che sentono. Tuttavia, lo ripeto ancora una volta, quelli che suoniamo sono strumenti acustici, non filtrati attraverso riverberi o cose di questo genere. Quando sento persone poco competenti in questo campo – ma magari molto competenti, che so, in meccanica o informatica – mi sento pontificare sul fatto che noi sicuramente abbiamo usato il tale processore, il tale effetto, ma non è affatto così, sono semplicemente suoni tirati fuori dall’acustica degli strumenti stessi, e mi fa molto piacere che la gente dal vivo scopra che in mano ho un basso attaccato con un cavo a un amplificatore e basta. Credo che la semplicità sia la cosa più scioccante per le persone; in qualsiasi ambito la semplicità è in grado di fare miracoli. La semplicità è la vera eversione di un sistema».

I testi che scrivi – evidentemente aspetto fondamentale nella poetica dei Bachi – hanno una base preferenziale o gli spunti possono arrivare da qualsiasi tema?

«Gli spunti vengono da qualsiasi tema, ma cerco di darmi spesso una cornice che possa essere un alibi per non parlare mai direttamente di se stessi, dell’uomo. Il fatto di usare una cornice – ossia il rimando più o meno esplicito e costante a un ipotetico mondo di insetti che non esistono e in realtà siamo noi individui, con la nostra cocciutaggine, la capacità di imparare dagli errori o semplicemente ricaderci ogni volta che si ripresentano, tutta la nostra genialità e idiozia – ti solleva dalla posizione egocentrica di pontificare su te stesso e sulla tua vita o su quella degli altri. Questo nella pratica si traduce in un determinato uso, molto vigilato, del lessico, che non deve assolutamente mai sfociare nell’aulico, nel desueto, ma nemmeno nello slang populistico. Ricerco una sorta di grado zero del linguaggio per portare chi parla il più fuori possibile dal testo e per rendere il testo il più possibile una specie di cosa sempre esistita; mi appassiona molto l’idea della ricerca filologica, letteraria su testi dei quali magari è rimasto solo un frammento. Provo a pensare se un giorno trovassero mai un frammento di un mio testo in un ipotetico dopo-mondo; ecco, vorrei che quella cosa lì testimoniasse un’epoca, non me personalmente come soggetto, individuo, ma la testimonianza di un uomo mai esistito oppure sempre esistito».

Tarlo Terzo è un disco che ha avuto tantissimi riconoscimenti da parte di critica e stampa, ma quanto sta vendendo? Te lo chiedo perché ultimamente le regole del mercato dei dischi mi sembrano un po’ sfasate.

«Sono completamente sfasate. Il disco sta andando benissimo, solo che questo “benissimo” si traduce tra le 500 e le 1000 copie vendute. Ci si sente quasi degli stupidi a dirlo, ma il discorso che sta dietro a questa anomalia è lungo: molti pensano che sia una gran figata poter trovare il nostro disco, appena uscito, gratis su Internet grazie a qualche idealista convinto che la musica sia di tutti; sì, però peccato che noi ci siamo spaccati la schiena per fare questo disco. Se ci sono diecimila download del nostro album e noi ne abbiamo vendute 500 copie significa che ci stanno portando via la possibilità di fare il prossimo. Non stiamo parlando dei Metallica o di Madonna, è proprio una cosa che la gente non riesce a capire. Se tu apprezzi una cosa devi essere disposto a pagare dieci euro per averla. Del resto quanti giovani “alternativi” fumano hashish a nastro e se la comprano, sovvenzionando tra l’altro le mafie? Così come ti compri il fumo, se ti piace la musica ti compri la musica, perché in questo ambito, che non è, lo ripeto, quello di gruppi ultra affermati, è l’unico modo che dai a chi la fa per poter continuare. Perché se io e Bruno Dorella vendessimo i dischi che invece la gente si scarica potremmo dedicarci solo alla musica. Io non posso vivere di soli Bachi da Pietra, ovviamente nella vita ho il mio piano B, il mio universo completamente distaccato all’interno del quale mi prostituisco onestamente come ognuno fa. Può essere anche giusto, questo non lo contesto, fatto sta che se non avessi questo piano B, la gente che apprezza la mia musica e la scarica gratuitamente dal web mi costringerebbe a crepare di fame, a non poterla fare. E’ bello sapere che ci sono i nostri cd nel lettore di diecimila persone, però a causa di queste diecimila persone non riusciremmo a pagare la nostra prossima registrazione se noi non fossimo talmente ostinati da condurre la nostra arte fino alla morte. Manca il supporto di chi ci apprezza, e ciò è assurdo. Chi mette la musica on-line dice che la musica deve essere di tutti, però qualcuno la fa, questa musica. Allora perché non se la fanno loro la musica e si ascoltano quella? Se noi avessimo venduto tante copie quante quelle scaricate, ora avremmo già ristampato il disco e anche chi ha collaborato alla realizzazione starebbe guadagnando il suo micro-margine di profitto. Il paradosso totale è che c’è addirittura un sito russo che vende le nostre tracce a 90 centesimi l’una, e ovviamente noi non ne sappiamo nulla».

Com’è nata la collaborazione con Bronson Produzioni?

«E’ nata dalla lucidissima follia di Christopher Angiolini, che essendo un personaggio donchisciottesco come noi ha deciso di scagliarsi con la lancia in resta contro questo mulino e quindi di partecipare al progetto. Ciò ci ha fatto un enorme piacere, perché Chris è una delle persone più concrete e fattive che conosca e questo è molto importante. Tutte le persone che hanno collaborato a questo disco di buono abbiamo sicuramente che facciamo le cose. O almeno ci proviamo, ci sbattiamo per farle, che poi le facciamo bene o no sarà il tempo a dirlo. Basta pensare a Mirko Spino di Wallace Records, un’etichetta che in Italia ha fatto più di cento dischi senza ricevere un centesimo da nessuno, da una major, da un ente, da nessuno. Esiste da dieci anni e continua a fare, a proporre».

Per chiudere, ti chiedevo se i Bachi hanno in mente per il futuro prossimo altre collaborazioni come quella con Jason Molina di un annetto fa?

«La collaborazione con Jason nacque in modo molto casuale, grazie soprattutto allo zampino del solito Chris, che ci propose di aprire il concerto di Molina al Bronson. Da lì è nata un’apertura da parte di Jason enorme nei nostri confronti, tanto che arrivò a dirci che se fossimo stati una band di Chicago saremmo stati i migliori della scena. Queste cose sono veramente buffe, io vivo a Nizza Monferrato e quando uno come Jason Molina mi dice che se fossi a Chicago sarei il numero uno mi viene da sorridere, visto che qui c’è gente che non sa nemmeno che io suoni. Comunque, ora non c’è niente in cantiere, anche se tutto è possibile, considerato che anche la cosa con Molina era estemporanea. Avevamo cercato, grazie al contatto del tour manager di Jason che lavora con l’Europa, di proporre il nostro progetto per suonare nel Vecchio Continente, ma a quell’agenzia di management, così come a molte altre, non interessano gruppi italiani e così non hanno neanche ascoltato il nostro disco. Questa può sembrare una cosa orribile ma ha anche dei fondamenti di oggettività, perché oggettivamente quelli che di solito escono dall’Italia sono gruppi con molte pretese, che pensano di avere diritto a molte cose, pochissimi doveri e per i quali, soprattutto, alla fine la musica difficilmente è in primo piano davvero. E se tu pensi all’effetto che può fare a un non italico tanta musica che da noi spopola, ti rendi conto dell’idea che si ha all’estero della nostra proposta musicale. Quando ti senti chiusa la porta in faccia fa male, però, effettivamente, se guardo a chi ha bussato prima… I pregiudizi sono brutti, ma ti viene quasi da dire che hanno i loro fondamenti».

domenica 28 dicembre 2008

Ascolti 08


Siccome è impossibile sottrarsi al giochino della classifica di fine anno, eccola qua, a cuor leggero

N. 10 - Bachi da Pietra -
Tarlo terzo

Il terzo disco di Giovanni Succi e Bruno Dorella ribadisce ulteriormente quanto questo sodale sia una delle cose più belle accadute all'underground italico degli ultimi dieci anni. Bruno alle pelli e Giovanni che scrive, canta e suona la chitarra. Un'atmosfera nerissima e testi da incidere a fuoco nella memoria. "c'è un prezzo che ci compra e una morale che ci assolve pronta...". Migliore uscita italiana in assoluto, e non a caso arriva la produzione di Bronson, che per certe cose l'intuito ce l'ha...

N. 9 - Fennesz - Black Sea

Il più bel disco di Christian Fennesz a tutt'oggi esce quasi fuori tempo massimo per l'inclusione nel meglio del 2008. La bellezza algida di "Endless summer" e "Venice" acquista interiorità e il mare nero lascia fluire tutta la sua essenza più onirica ed eterea

N. 8 - Wovenhand - Ten Stones

Il misticismo e l'oscurità senza fine di Mosaic si fanno qui elettricità, energia. David Eugene Edwards non assolve nessuno e quasi quasi ti verrebbe anche a te da crederci, nel suo dio. E se in passato Wovenhand ti ammaliava in una spirale visioni ultraterrene, ora è difficile non farsi travolgere. Difficile e sbagliato

N. 7 - Marianne Faithfull - Easy come easy go

Tra un cameo di Nick Cave e uno di Cat Power, un vocalizzo di Antony e uno di Rufus Wainwright, un controcanto di Sean Lennon e uno di Jarvis Cocker (e gli apporti strumentali di Keith Richards, Marc Ribot, Jim White, Warren Ellis), qui non si poteva sbagliare. “Easy come easy go” è un disco tributo – la specialità della Faithfull – alle icone del rock’n’roll esistenzialista e a tutta la migliore american music, il jazz e il musical, il folk e il blues, il country e il rock del 2000

N. 6 - The Black Angels - Directions to see a Ghost
Era da un bel po' che non si sentiva un sitar così. In quanto a psichedelia i Black Angels se la cavano meglio di chiunque altro fin dallo scioglimento degli Spacemen 3 – ascoltiamo l’oscura e ieratica "Science Killer" e i sedici minuti della conclusiva "Snake in the Grass" – e sono anche in grado di ravvivare la propria pesantezza con una conoscenza funzionale degli agganci pop e di come utilizzarli

N. 5 - Calexico - Carried to dust

John Convertino e Joey Burns fanno più o meno lo stesso disco da dieci anni ma se ti piace il suono del west, del meticciato, delle atmosfere à la Morricone, di qui ci devi passare per forza. E col tempo il tutto è sempre meglio. In "Carried to dust" c'è poi "Two silver trees", che è il più bel singolo dell'anno

N. 4 - Aufgehoben - Khora

Ancora Holy Mountain per gli eccezionali Aufgehoben e il loro strepitoso quinto album. Il loro cattivissimo power noise rock è ostile come delle bestie feroci meccaniche ingabbiate a forza tramite livelli di distorsione, percussioni pietrose e un ampio spettro di sovratoni prodotti dalla corde della chitarra graffiate e scorticate. Un suono che, pur decisamente ostico, sotto la scorza grezza si rivela ascolto dopo ascolto molto finemente modulato e mai fine a se stesso, evolvendosi peraltro fortemente nel corso degli anni. Dimostrazione ne è appunto “Khora”. Se il precedente “Messidor” sembrava aver allentato leggermente la morsa corrosiva della band, il quinto disco la ricompatta. Percussivo e anarchico, “Khora” si libera di qualsivoglia schema e forma rock per farne un’ascia bipenne con cui sfrondare i nostri nervi.

N. 3 - Portishead - Third

A dieci anni dal loro ultimo lavoro (tra l'altro un live), Beth Gibbons e soci sgombrano ovviamente il campo da Bristol sound, trip-hop e quant'altro per un disco sbalorditivo che recupera in pieno il loro fulgore ma da prospettive totalmente inaspettate.
Tornano allora prepotentemente in risalto l'elettronica (ma questa è un'altra roba), l'accavallamento e l'intersezione stilistica, e il ricorso a sonorità di ogni risma (ricavate persino da un tenue banjo all'interno di Deep Water), ma sono soprattutto le virtù vocali della Gibbons ad esaltare un album che non è in nessun modo catalogabile come un succedaneo dei primi due.

N. 2 - T Bone Burnett - Tooth of crime
Come spiega magistralmente Mr. Crown nei suoi Crownicles, questo disco ha la dote rara di evocare visioni, e non è un caso.
L'album è infatti l'ultimo frutto della lunga collaborazione di T Bone con il drammaturgo Sam Shepard, che scrisse inizialmente la commedia "Tooth of crime" nel 1972, ambientandone però l'azione in un'epoca molto simile a quella attuale. Le canzoni ispirate ad essa sono venute fuori come infrangendo uno specchio, mille pezzi con mille sfaccettature diverse, diventando un distillato di conflitti moderni e di drammi personali, con arrangiamenti che sono immaginativi ed inventivi, ed esecuzioni che sono capolavori in serie.

N. 1 - Fuck Buttons - Street Horrrsing

Loro sono in due (Andrew Hung e Benjamin John Power), sono inglesi, si chiamano Fuck Buttons e il loro primo album, il più bello del 2008, è un insieme di strati e sovraincisioni elettroniche rumoriste. Un disco fisico e crudo, 50 minuti impegnativi, sei lunghi pezzi in costante disequilibrio tra strutture spigolose e la morbidezza di alcuni frammenti di melodia disseminati tra le pieghe di una logica pop completamente ribaltata. Grida, voci snaturate e sature di effetti, nessuna chitarra, drone ossessivi e maltrattati. Un maelstrom di elettronica impazzita nel fondo del quale una pura, cristallina bellezza ti guarda dritto negli occhi. Meraviglioso.

Da questa scelta sono rimasti esclusi molto a malincuore Ascend, B. Eno & D. Byrne, Metallica, Boduf Songs, Vic Chesnutt & Elf Power, Notwist, Prurient, Larkin Grimm

martedì 18 novembre 2008

bye bye dickhead


Bush verrà ricordato nei libri di storia come il peggior presidente degli ultimi 200 anni. La responsabilità di quanto sta accadendo nel mondo economico ricade interamente su di lui e sui suoi otto anni di deregulation esasperate e selvagge. E ora probabilmente è tardi per cercare rimedio, perchè sono davvero poche le differenze tra la grande depressione del '29 negli Usa e questa, il percorso è esattamente lo stesso: una ricetta perversa di avidità, indebitamento, speculazione, laissez-faire, e soprattutto un'infinita incoscienza. Ora come allora l'America porterà la croce di aver trascinato nella crisi il mondo intero. Patetico poi il piano di intervento dell'amministrazione Bush (in realtà poi della Fed) prima delle elezioni, dopo aver avallato negli anni ogni tipo di appropriazione, debita e indebita; fortuna che almeno gli elettori hanno avuto il buon senso di eleggere l'unico personaggio forse in grado di gestire la situazione con un minimo di cognizione di causa. Welcome Barack, go to hell George W.

venerdì 6 giugno 2008

Crete Goat Festival 2008


Dopo qualche indiscrezione trapelata qua e là, è stato finalmente reso noto il programma della ventiduesima edizione del Crete Goat Festival, che si terrà come sempre nell’incredibile scenario naturale delle grotte di Haghios Nicholaos, sulla costa occidentale di Creta, dall’1 al 3 agosto 2008. Caratteristica del festival creato nel 1987 dall’eclettica mente di Georghiu Psoryasys (lo ricordiamo suonatore di cetra con Nick Cave) è l’assoluta, totale assenza di elettricità, che “costringe” tutti i gruppi a suonare rigorosamente unplugged, sfruttando però la sensazionale acustica delle grotte, una cassa di risonanza naturale davvero stupefacente. Si è già appresa la notizia della presenza (il 2) del grande Alexandros Katiakos – e questo basterebbe le dracme del biglietto per l’intero festival – ma ancor più allettante è la conferma ormai ufficiale della reunion in occasione del CGF 08 degli Ouzoss in formazione originale, cioè con anche il chitarrista Kanello Kanellopoulos, fresco di scarcerazione dopo i vent’anni assegnatigli ingiustamente per l’omicidio dei suoi vicini di casa (ma sull’oscura vicenda si sono già spese anche troppe parole. Kanellopoulos era innocente. Punto). La band guidata da Scotty Tatrakis – come impone la moda di questi ultimi anni – eseguirà completamente lo storico album del 1988 “Mpff gmar oh god”, con ogni pezzo cantato da Tatrakis mentre ingolla bocconi di pita bifteki, e nella versione “lunga” di quasi 14 ore, concepita ed eseguita una sola altra volta dal vivo proprio in occasione del CGF 92. Tra l’altro, da quel che ho inteso dalle scarne note stampa, la vera particolarità dell’esibizione non è tanto l’assurda durata quanto il fatto che durante il live set la grotta Kteuson, per l’alternarsi delle maree, sarà ad un certo punto quasi completamente allagata, lasciando, pare, ai cinque della band pochi centimetri di spazio vitale. A completare i ranghi delle band di area ellenica, i rodiensi Friends of Jerry Lewisakis, recentemente di supporto agli Smegma nel loro mini-tour nei Balcani, e l’unico gruppo cretese degno di nota (ad esclusione naturalmente della Psarandonys Family), i Carrots Are Not That Good, di cui la Neurot ha a sorpresa pubblicato uno split con i Battle of Mice.
Tra le star internazionali del festival da segnalare invece la svedese El Perro del Mar, Henry Rollins (con l’adatissimo show “Spoken Word”), i Black Keys in versione gregoriana, Leonard Cohen, Tom Waits, Neil Young, Bob Dylan e i Neurosis. Il programma completo si trova comunque su www.goatfest.com Tra gli highlight del 2007: i Wolf Eyes che dividono il pubblico con la loro sillabazione tramite rutti di Zorba il Greco, per alcuni pura iconoclastia punk, per altri irriguardevole ciofeca. Poi la performance degli Einsturzende Neubauten, impegnati per 50 minuti con la sola esecuzione di “Silence is sexy”; Steve Von Till, con l’esecuzione solo voce e sciabordio d’acqua su pietra. E la reunion degli Sleep, che per due ore e quaranta suonano una campana tibetana ripetendo all’infinito “Psarandonys is my master”.

martedì 27 maggio 2008

atp 08 explosions in the sky


L’All Tomorrow’s Parties (ATP) è un festival che si tiene un paio di volte all’anno in Inghilterra, di solito a Minehead, piccola cittadina del Somerset di fronte al Galles (dove è per altro facilissimo finire per sbaglio tramite il ponte più lungo del mondo, quando si guida da ore sul lato sbagliato della strada e le rotonde si rivelano sempre più piene di insidie. Ma questa è un’altra storia). Ma più che Minehead è il Butlins di Minehead (un incrocio agghiacciante tra un Valtur e una Mirabilandia scrausa) ad ospitare l’Atp, in virtù della sua sterminata capienza. La caratteristica più interessante di questo festival è comunque il fatto che ogni edizione è curata da un direttore artistico diverso (un gruppo o un artista) che naturalmente finisce per darne un’impronta stilistica ben precisa. Quello che ho visto a metà maggio, ad esempio, era organizzato dagli Explosions in the Sky e di conseguenza ecco un sacco di band Temporary Residence (Mono, The Drift, Eluvium, Lazarus, Envy), oltre a gruppi dal sound simil-Explosionesco quali By the trail of Dead, Battles, Stars of the Lid, ecc. Ma tante – per fortuna – anche le derive in ogni direzione, dai The National agli Iron and Wine, da Ghostface Killah (!) a Jens Lekman, Animal Collective o Broken Social Scene. A parte l’organizzazione un po’ clownesca (tipo far suonare i Battles – la band più hype del pianeta in questo momento – nel palco più piccolo, lasciando fuori metà della gente) l’Atp ha mantenuto le aspettative, con il sontuoso live dei Polvo (la miglior band degli anni ’90, riformatasi a sorpresa), dei commoventi Dinosaur Jr in formazione originale Mascis-Barlow in grado di spazzare via chiunque, un rarissimo live dei Silver Jews (il 59° concerto in 17 anni di attività), gli stessi Explosions a dimostrare – come del resto i fantastici Mono – quanto anche una band solo strumentale possa magnificamente tenere il palco. Ma la sorpresa del festival è stata senza dubbio Phosphorescent, all’anagrafe Matthew Houck, sorta di Will Oldham anfetaminico in possesso di voce da panico e numeri da grande. Ne sentiremo parlare presto.

venerdì 11 aprile 2008

the joke


Finalmente, qualche sera fa al Lumiere di Bologna, ho avuto la fortuna di assistere all'incredibile "film" La beffa (The Joke), di Mactan Latrodectus, di cui tanto si è detto e letto, soprattutto in internet. Quest'opera muta in bianco e nero del vincitore del Sundance 2007 (sezione "New faces for the new millennium") usa il pubblico "come cast riflesso" ed è una parodia degli "eventi specifici del pubblico" di Hollis Frampton. In pratica due videocamere riprendono nella sala il pubblico del "film" e proiettano sullo schermo le immagini risultanti, ossia il pubblico della sala che guarda se stesso guardare se stesso mentre comprende "la beffa" e si mostra sempre più imbarazzato e a disagio e ostile, comprendendo di far parte dell'involuto flusso "antinarrativo" del film. La durata del tutto è, ovviamente, imprevedibile - nel mio caso una quarantina di minuti prima che tutti se ne andassero - e l'operazione (credo) vada presa come il titolo suggerisce. La Film & Kartridge Kultcher di Sperber ha comunque affermato che The Joke "suona inconsapevolmente la campana a morto del cinema postpoststrutturale in termini di puro fastidio". Se vi capita...

mercoledì 2 aprile 2008

sconcerto


“Dorothy. Sconcerto per Oz”, il nuovo lavoro di Fanny & Alexander (l’uso del termine “spettacolo” sarebbe puramente simbolico), porta la drammaturgia di Luigi de Angelis e Chiara Lagani a un punto di non ritorno, a una ridefinizione degli assetti teatrali realmente sconcertante con la quale occorrerà fare i conti da ora in poi. In un teatro trasformato in una sorta di luogo di rifugio da un metaforico ciclone Dorothy, gli spettatori si trovano però presto coinvolti in un altro ciclone, interno, proprio lì dove dovrebbero essere al sicuro, un ciclone che lentamente ma inesorabilmente sconvolge la morfologia del codice “platea-palcoscenico” in tutti i modi possibili. Con un deragliante effetto domino le figure delle tre streghe del Mago di Oz invocate da un bizzarro direttore d’orchestra – dalle inquietanti ma assurde fattezze hitleriane – si diffraggono su altrettante attrici impegnate nell’interpretazione di personaggi femminili landolfiani, ai quali per sinestesia si associano i “colori” di tre soprano e ancora di tre musiciste, tutte impegnate nel loro personale, scollegato, compito interpretativo. Tutto ciò potrebbe sembrare d’acchito un caos totale, ma in realtà il disordine è organizzato nei minimi dettagli, secondo i concetti di casualità e silenzio di John Cage, le cui “Europeras” sono di Dorothy una delle linee guida. E’ anzi evidente che a ben guardare il groviglio espressivo messo in atto è spesso lucidamente allineato in sottotrame perfettamente comprensibili, per cogliere le quali De Angelis e Lagani chiedono però uno sforzo in più, un’attenzione diversa dal solito, un contratto fatale tra opera e spettatore. Avanzando lungo quelle che sembrano traiettorie espressive – drammaturgiche, musicali, vocali – completamente anarchiche, sempre in bilico tra la situazione reale del disastro e quella fantastica di Oz, in uno spazio che non ha più confini canonici – parte del pubblico è alloggiata sul palcoscenico su dei lettini d’emergenza, insieme ad alcune delle interpreti –, lo (s)concerto per Oz assume sempre più i tratti di un linguaggio artistico inedito, di un meccanismo creativo del tutto nuovo, in grado di far scaturire quell’incomprensibile ma contagiosa energia che solo i rivolgimenti epocali celano in sé. Fino alla rivelazione conclusiva che l’intenzione di tutto ciò, forse, è proprio il non avere alcuna intenzione. Dorothy non è una irreversibile negazione del teatro, piuttosto uno degli atti d’amore più grande verso di esso mai realizzati.

giovedì 20 marzo 2008

vote or die?


Ieri sera ho rivisto una geniale puntata di South Park che mi ha ovviamente chiarito definitivamente le idee sul cosa fare alle prossime elezioni italiche: io non voterò.
Nel geniale episodio alcuni animalisti proibiscono alle elementari di South Park di utilizzare una mucca come mascotte della scuola. I bambini sono allora invitati a proporre e votare la nuova mascotte, ma per uno scherzo di Cartman e Kyle la scelta finale sarà tra un panino alla merda o una peretta gigante. Proprio per questo motivo Stan si rifiuta di votare, visto che per lui sono entrambe orrende, ma il suo rifiuto di avvalersi di "uno dei principi cardine della democrazia" gli costerà l'esilio dalla città.
E qui sta proprio il punto della situazione politica italiana: votare per Berlusconi o Veltroni è come scegliere tra un panino alla merda e una peretta gigante. Negli ultimi anni di vomitevole panorama politico ho sempre reisistito al fortissimo impulso di mandare tutti a fare in culo solo perchè all'ultimo vinceva sempre la considerazione che uno schiaffazzo in piena faccia (il centrosinistra) è pur sempre meglio di un calcio nelle palle (la vittoria del centrodestra), ma adesso basta.
Il fatto poi che il voto sia "un diritto ma anche un dovere" non ha per me più alcun valore; un diritto ci può anche stare (sebbene sia convinto che molti dovrebbero conquistarselo, questo diritto) ma un dovere proprio no (lo sarebbe se chi viene eletto di volta in volta facesse il suo, di dovere). E considerato anche che non ritengo affatto la democrazia come la miglior forma possibile di governo, io quest'anno il 13 e 14 aprile me ne vado a pescare.
Ora mi sento meglio.

lunedì 3 marzo 2008

no country for old men


Il nuovo film dei fratelli Coen è un'opera perfetta, in cui tutto - cast, sceneggiatura, fotografia, luci, soundtrack, regia ovviamente - si fonde dentro una storia (tratta dal premio Pulitzer Cormac McCarthy) strepitosa, sghemba, sorprendente, tesa a superare la visione di un West degli Stati Uniti come miticamente violento per mostrarne invece l'aspetto realmente violento. Ma ai Coen non interessa una cinica e compiaciuta presa d'atto di una realtà innegabile. L'iperbole è la cifra stilistica di "Non è un paese per vecchi" ma i due registi non si fermano alla coreografia raffinata della violenza. Non si accontentano di ironizzare. Non gli basta mostrare quanto sono bravi a suscitare il riso dinanzi a un brutale assassinio. Non è questo il loro scopo. Ciò che per loro conta è riuscire a mettere in rilievo anche solo una scintilla di umanità in un mondo che sembra governato dalla follia. Ed ecco allora il personaggio del cauto, quasi pavido sceriffo interpretato da un grande Tommy Lee Jones (che ormai potrebbe venire candidato all'Oscar anche se lo filmano in fila alle poste), un uomo la cui normalità detta gli equilibri nello scontro con la geniale malvagità dello psicopatico Chigurh/Bardem.
Il film, uno dei più belli degli ultimi dieci, quindici anni, è destinato a divenire un classico di tutti i tempi. Ma non ricordo un'opera dei Coen che non lo sia.

giovedì 28 febbraio 2008

Un pacco. Ma tirato con classe


E bravo Burial. Al quale si può dire tutto tranne che non abbia un formidabile tempismo. Il pischello londinese imbrocca l'album di debutto alla grande (titolo omonimo) nel 2006 riuscendo a infondere nuova linfa vitale a un genere - chiamiamolo "dub-trip-hop" - che da tempo non aveva più alcunché da dire, e questo grazie a un'atmosfera scurissima e a dei suoni effettivamente accattivanti, ipnotici, intelligenti, insomma ben fatti. Nessuno se ne rende conto tranne, pare, Wire, che lo elegge addirittura disco dell'anno. Bene, approfittiamone allora, e vai col secondo album pompato da cotal biglietto da visita. Solo che come si fa a evolvere da un suono che già miracolosamente l'aveva sfangata dalla banalità in prima battuta? E infatti. "Untrue" esce verso la fine del 2007 atteso da tutti come un evento e poi giudicato da tutti come un capolavoro. Ma il disco è pessimo. E' una copia slavata dell'altro (alcuni pezzi sono simili in modo direi imbarazzante...), nessuna nuova idea se non quella di cavalcare l'onda del successo e di raffinare ulteriormente i suoni in vista di un'apertura sempre più commerciale. Un disco inutile, che anzi alla lunga irrita, con quei passaggi sempre uguali, quelle voci in sottofondo strasentite, i campionamenti triti. Però io ci sono cascato e l'ho comprato a scatola chiusa. Anzi, a pacco chiuso.

sabato 23 febbraio 2008

lo scherzo infinito


Dopo oltre tre mesi ho terminato la lettura di Infinite Jest, le 1279 pagine con cui David Foster Wallace lascia una traccia indelebile nella letteratura mondiale. Infinite Jest (scherzo infinito) è un capolavoro sotto molti aspetti, ma prima di tutto è un'opera che andrebbe affrontata di petto, con foga, senza farsi spaventare dalla mole (tra l'altro il testo è anche in un corpo minuscolo) e dai tanti interludi apparentemente slegati dalla trama, come invece ho fatto io, che ho intramezzato la lettura ad altre cose e ho addirittura saltato dei passaggi, finendo per dover tornare indietro per ripescare dettagli che si sono poi rivelati fondamentali. La trama è semplice e allettante: nel futuro non troppo remoto di un'America agghiacciante la merce, la pubblicità e l'intrattenimento hanno occupato ogni interstizio della vita quotidiana (tanto che anche gli anni non procedono più in ordine cronologico ma con nomi di sponsorizzazioni, tipo "l'anno del Pannolone per Adulti Depend" o Apad), mentre le droghe di ogni genere sono diffuse ovunque, come una panacea alla noia e alla disperazione. E' a questo punto che irrompe sul mercato un film misterioso, "Infinite Jest" appunto, così appassionante e ipnotico da cancellare immediatamente ogni desiderio se non quello di guardare le immagini all'infinito, fino alla morte. Attorno al film si scatena una caccia grottesca dei serivizi segreti americani e di un gruppo di assurdi separatisti quebechiani, tutti su sedia a rotelle, e la caccia porta verso la Enfield Tennis Academy di Boston e la Ennet House, sempre di Boston, un ricovero per recupero di tossici all'ultimo stadio. Questo perchè poco per volta si scopre che quasi sicuramente l'autore del film letale è il fondatore dell'ETA, James Orin Incandenza, diventato in tarda età un regista di culto e poi suicidatosi in maniera incredibile (ma all'ETA ci sono ancora la moglie di lui, Avril, che ne è la direttrice, e due dei figli, Mario, un handicappato che ne era assitente personale, e Hal, giovane promessa del tennis continentale) e che alcune figure chiave dei suoi film sono ospiti del centro di recupero. In questo contesto Wallace inserisce una pletora di sub-personaggi spettacolari, le cui storie sono dei veri e propri romanzi nel romanzo, racconta per filo e per segno le trame di tutti i film di Incandenza Sr. (e se qualcuno si provasse davvero a girarne alcuni ci sarebbero delle sorprese...), spiega come parte del Canada e alcuni stati Usa siano diventati delle enormi discariche in cui gli Usa sparano tutti i loro rifiuti tramite catapulte, fa nascere l'Eschaton, un gioco di simulazione pazzesco che fanno i ragazzi dell'ETA, e così via, anche tramite le 388 note ed errata corrige che sono semplicemente geniali. Il tutto per arrivare a una fine spiazzante che mi ha lasciato a bocca aperta e, ora, con un senso orrendo di abbandono. DFW ha poi una proprietà di linguaggio totale e una conoscenza profondissima delle parole, che usa sempre in modo calibratissimo, ricorrendo anche a splendidi (e misteriosi) neologismi; tutto così suona sempre ironico, poco serio, proprio perchè raccontato con un eloquio forbitissimo e a tratti scientifico. Espressioni come "morire per soffocamento, mucoidale o no, non è proprio come andare alla Festa dei tulipani di Montreal" o, parlando di uso di droghe da parte di un cestista, "per diverse ore dopo il ragazzo soffriva di una perdita di propriocezione così vertiginosa da non riuscire letteralmente più a riconscersi il culo dal gomito, lasciamo perdere fare mosse autoritarie verso canestro" finiscono ogni volta per trasformare la situazione anche più pesante e tragica in uno scherzo infinito, e la lunghezza dell'opera contribuisce a creare proprio una sorta di dipendenza del lettore verso questo clima sarcastico che vorresti continuare a leggere all'infinito. Senza parlare delle innumerevoli digressioni che, è vero, il più delle volte non c'entrano assolutamente nulla nell'economia della trama, ma che vorresti non finissero mai. Un esempio su tutti: ad un certo punto, parlando di giovanissimi tennisti che sbroccano per il succeso, Wallace si inventa la storia di questo ragazzino californiano che dopo l'ultimo successo arriva a casa di notte e si suicida bevendosi un bicchiere di Nesquik corretto con del cianuro di sodio. Ma ecco che si sveglia il padre, lo trova schiumante e con la faccia blu e si getta a fargli la respirazione bocca a bocca, avvelenandosi a sua volta e morendo, e così la moglie, che trova il marito e gli pratica la respirazione, e così via tutti gli altri 6 fratelli "che hanno tutti fatto un corso di Pronto Soccorso di quattro ore sponsorizzato dal Rotary alla Ymca di Fresno".
Questo libro è imprescindibile, qualcuno lo legga, vi prego, ho bisogno di parlarne!!

mercoledì 13 febbraio 2008

bring the noise


Ho ripreso in mano un vecchio vinile oggi. I Public Enemy. Che nel 1988 arrivano alla perfezione con questo disco, It takes a nation of millions to hold us back, un classico della canzone di protesta americana e gemma fulgida nella storia dell’hip hop. E’ nel 1983 che Chuck D (aka Carlton Ridenhour; la D sta per Dangerous), storico rapper newyorchese, incontra Hank Shocklee e Bill Stephney, con i quali registra il brano Public Enemy No. 1, ispirato al titolo di un brano di James Brown. Il pezzo inizia a girare nelle radio del circuito dei college, e nel frattempo alla posse si unisce William Drayton (ovvero Flavor Flav). Il co-fondatore e produttore della Def Jam Records, Rick Rubin, ascolta il brano e ne resta completamente ammaliato. Chuck D viene allora preso sotto l'ala protettiva della label e forma un gruppo con il dj Terminator X, Professor Grimm (il “Ministro dell’informazione” del gruppo), il team di produzione Bomb Squad (tra cui Shocklee) e la Security of the First World (colorita squadra di guardie del corpo). Nel 1987 la formazione così composta pubblica Yo! Bum Rush the Show, album di debutto caratterizzato da strumentali semplici e scandite, e rime dense di figure retoriche e politica, cercando di realizzare il sogno dello stesso Chuck D, cioè un gruppo che vendesse, ma che fosse rispettato nell'underground, e che potesse dire la propria a livello politico. Il disco si rivela uno dei più intensi, underground e innovativi lavori hip hop del decennio, ma niente di eccezionale rispetto al suo monumentale seguito.
It takes a nation… è un album senza precedenti che riscrive le regole di ciò che il rap poteva fare, riconfigurando i suoi elementi in un suono emozionante, moderno, fresco. I Public Enemy fanno loro l’idea dei Run-D.M.C. che un gruppo rap potesse avere la stessa carica di una rock band, portando nelle loro tracce sonorità free jazz, hard funk e hardcore creando un flusso di parole e beat micidiale mai sentito prima. Con basi potentissime, perfette per il flow tumultuoso e ironico di Flav e Chuck, il disco si costruisce la nomea di rivoluzionario e lo stesso Chuck considera il proprio rap come “The Black CNN”, in quanto informa in tempo reale cosa succede nel ghetto. E immediato è anche l’interesse nei confronti del gruppo da parte del mondo rock, che trova in pezzi bellicosi come Bring the noise, Don’t believe the hype e She watch Channel Zero?! lo spirito che fu di MC5 e Dead Kennedys. La crescita nei testi di Chuck D è impressionante, con una forza realmente rivoluzionaria, una visione chiara della situazione sociopolitica ed un vocabolario senza limiti che si fondono in argomenti logici e galvanizzanti, inattaccabili. E il contrasto del corrosivo sarcasmo del folletto Flavor Flav non fa che rafforzare il tutto. Un disco tuttora insuperato.

giovedì 7 febbraio 2008

niente di nuovo sotto il sole (italiano)


Come spiega benissimo (tanto per cambiare) Curzio Maltese, la vera entrata a gamba tesa per porre fine alla partita di Prodi l'ha data (ma guarda un po') l'ignobile vaticano, le cui gerarchie erano da tempo scese in campo direttamente contro il centrosinistra e per favorire il ritorno del nano pelato, elargitore di mille favori alla chiesa durante il suo governo. La gamba tesa era partita da lontano. Dalla primavera 2006 non c'è stato un attimo in cui Ratz o vescovi vari non abbiano avuto da dire contro l'azione del governo, ma nell'ultima settimana prima della caduta si è consumato l'attacco più spettacolare, su più fronti. Comincia Benny x12, in qualità di vescovo de Roma, con l'aggressione al Veltroni sindaco sul "degrado di Roma". Ora, è chiaro che l'uno è anche papa e l'altro, toh, anche leader del PD. Quanto alla predica di Ratz sui mali de Roma, dagli affitti troppo alti allo scarso attivismo dell'amministrazione locale, bisognerebbe ricordare però che l'Apsa, che gestisce le proprietà ecclesiastiche, è il primo immobiliarista della capitale, con il 22% del patrimonio totale della città: non può fare nulla per calmierare gli affitti? La chiesa è il primo evasore (legalizzato) delle tasse romane, con la ributtante e assurda esenzione dall'Ici, così come è il primo beneficiario delle onerose convenzioni private su sanità e scuola. L'elenco degli ignobili favori che Roma paga alla chiesa è infinito.
Ed ecco l'altro colpo di genio, il ben studiato pretesto della mancata visita alla Sapienza, dove si è capito chiaramente che all'insopportabile Chiesa non interessava affatto la questione in sè ma lo sfruttamento del caso. La ridicola polemica sulla sicurezza non garantita era strumentale. I predecessori di Benny x12 sono andati in visita in paesi del terzo mondo e hanno incontrato folle di milioni di persone, e questo cazzo di papa ha paura di entrare all'università di Roma? Bisognava trovare il modo di organizzare una manifestazione contro il governo a San Pietro, senza dire che si trattava di politica. Così è andata, e nella folla di San Pietro c'era in prima fila Mastella porco, il quale proprio in quell'occasione, per sua ammissione, decide l'uscita dalla maggioranza e la comunica subito non a Prodi ma al cardinal Bertone. Nello sfascio della politica, la chiesa ha deciso di scendere in campo, alla riconquista di un ruolo centrale perso dal tramonto della Dc. I cosiddetti leader del cosiddetto centrosx dovrebbero almeno prenderne atto e studiare qualche contromossa che non sia il solito genuflettersi nella vana speranza di ammansire i vescovi. Ho mal di stomaco. Fine.

mercoledì 30 gennaio 2008

due


Ad intervalli regolari non posso fare a meno di ascoltare e rimanere (ogni volta) incantato dall’album “2”, dei Black Heart Procession, disco che ho amato fin da subito (forse anche perché legato al meraviglioso periodo della mia vita in cui stavo con la cugina di Diego, che come tutti sanno è la ragazza più bella del mondo). Nati nel 1998 da una costola dei californiani Three Mile Pilot (nella fattispecie il cantante Pall Jankins e il tastierista/polistrumentista Tobias Nathaniel), i BHP arrivano nel 1999 a questo “2” (su Touch and Go) dopo il buon esordio omonimo. Immaginiamo una scala di marmo nero che si arrampica verso un tempio esoterico chiuso da un cancello arruginito e cigolante. Il cielo attorno a noi è del colore del sangue venato di viola addobbo funebre. La luna è gialla, piena e sospesa bassa all’orizzonte mentre un nugolo di pipistrelli transilvanici ci svolazza sulla testa. Un rumore di quelle che sembrano catene trascinate si sente provenire da quelle che probabilmente sono le segrete del tempio. Ma nonostante tutta l’oscurità e l’inquietudine evocate dobbiamo entrare nel tempio. Lo richiede proprio l’atmosfera che si è creata. Perché se vogliamo riabbracciare l’amore della nostra vita occorre affrontare un terrore inimmaginabile, senza nemmeno avere certezza alcuna. Questo è quanto. E’ chiaro che Jenkins – la cui voce è cresciuta a dismisura dall’album precedente – e Nathaniel sono più che attratti da composizioni malinconiche in cui la parola cuore ritorna in maniera ossessiva, arrangiate con una strumentazione minimale (tra cui la famosa sega suonata con l’archetto). Tutta l’idea di 2 è quella di un lento corteo gonfio di spleen, fedele alla canzone d’autore americana (da Cash a Dylan, a Tim Buckley, a Tom Waits, fino a Smog e ai Calexico). Ma non è il genere, bensì una poetica introspezione, ad amalgamare alla perfezione i vari pezzi del disco, dal marziale e dilatato crescendo di “A light so dim” (sette minuti di lamenti, cigolii e voci dall’inferno. Brividi…) al folk noir di “Young church is red” (una chiesa rossa di sangue, una chitarra, un organo e la voce di Jenkins scandiscono questa ballata di folk spettrale, col ritornello che si chiude con una frustata di chitarra), fino al capolavoro “Blue tears”, ieratica, solenne, da lacrime. I Black Heart Procession riescono in questo lavoro ad articolare la difficoltà di una lotta contro la subdola depressione che un cuore infranto può indurre. E il viaggio termina da dove era iniziato, e cioè con "The Waiter #3", una reprise dell’apertura con un suono leggermente più accentuato e con Jenkins che sembra più stanco, come provato dall'esperienza del dolore. Una scelta che in definitiva evidenzia la caratteristica circolare del disco, facendone quasi un concept sulla delusione e la speranza.

venerdì 25 gennaio 2008

american hardcore


Colui Che Non Sbaglia Mai mi ha regalato da poco il superbo dvd "American hardcore - La storia del punk americano 1980-1986", realizzato da Paul Rachman basandosi sul libro di Steven Blush "American Punk Hardcore". Il film vero e proprio - circa un'ora e quaranta - racconta tramite una messe incredibile di filmati inediti (soprattutto di live) e interviste (vecchie e nuove) ai protagonisti stessi la nascita e l'esplosione irrefrenabile di un movimento inaspettato e del tutto autonomo, "do it yourself", che nel giro di pochi mesi tra la fine del 1979 e l'inizio del 1980 si trasformò, oltre che nel nuovo undeground musicale statunitense, in una durissima forma di protesta sociale contro la presidenza Reagan. Black Flag, Minor Threat, DOA, Murphy's Law, Youth Brigade, Bad Brains, Circle Jerks, Suicidal Tendencies, Agnostic Front, Negative Approach e tutti gli altri gruppi del periodo non sono solo un modo di fare musica, ma un vero stile di vita, una specie di movimento politico a cui si poteva aderire solo buttandocisi dentro totalmente. Reagan voleva riportare gli States agli anni '50 e molti giovani captavano la sua falsità, la detestevano. Sentivano che qualcosa non andava e che il punk rock era la strada per uscirne fuori, il modo per dar vita a una controcultura stridente e assolutamente inaccettabile da qualsiasi forma di mainstream. E il documentario ti fionda proprio nel cuore di questo movimento, attraverso tutti gli Stati Uniti, mostrando le differenze da stato a stato e la stessa incontenibile energia e aggressività. Ci troviamo tutti: Henry Rollins, ovviamente, Dean e Mullin dei COC, Spira dei Wasted Youth, Jimmy Gestapo, gli Adolescents, H.R., gli SSD e avanti così, con un risultato che è un assalto violento di immagini e musica e che cattura lo spirito dei gruppi e di un movimento che manda affanculo i politici, le case discografiche e tutto ciò che intralcia loro il cammino.

"L'ho tenuta imbottigliata dentro per anni, invece di lottare o di piangere. Adesso è tempo di lasciarla uscire, il mio punto d'ebollizione sta per arrivare" - SSD