venerdì 9 gennaio 2009

bachi e tarli


Ho avuto la fortuna per lavoro di fare una lunga chiacchierata con Giovanni Succi dei Bachi da Pietra in occasione del loro concerto al Bronson di sabato
10 gennaio, quando presenteranno il nuovo album, Tarlo Terzo, prodotto da Bronson Produzioni. Raramente mi è capitata un'intervista così interessante. Eccola.

Partiamo dall’inizio: terminata l’esperienza Madrigali Magri c’era la volontà precisa di un nuovo progetto o l’incontro con Bruno Dorella è stato più casuale?

«Da parte mia c’era la certezza che in qualche modo avrei continuato a fare musica, a suonare, tant’è vero che quando all’epoca dell’ultimo album dei Madrigali Magri, “Malacarne”, cominciarono a spuntare date non più cercate da noi ma offerte da persone che ci cercavano e il gruppo non esisteva più, io decisi comunque di fare quelle date proponendomi in versione solista con le canzoni dei Madrigali. Fu un tour di una ventina di tappe che cominciò in Puglia e finì a Parigi, quindi un bel giro in solitaria. Avevo quindi la certezza assoluta che io avrei continuato in qualche modo, non tanto come atto volontaristico ma per una specie di pulsione fisica. Poi l’incontro con Bruno: suonare con lui fu naturale, facile, fummo talmente felici di scoprirci su lunghezze d’onda totalmente analoghe sotto tutti i punti di vista, non solamente quello musicale, che tutto venne nel modo più naturale possibile. Ma ci sono voluti un paio d’anni; il progetto Madrigali finì nel 2001, nel 2002 ci fu questo “Malacarne Live set solo” e alla fine del 2004 ci fu l’incontro con Bruno. Nel frattempo avevo composto materiale da mie idee ma non sapevo quali canali avrebbe preso, dove sarebbe sbucato. E alla fine nacquero i Bachi».

Secondo te si possono riconoscere chiaramente nei Bachi alcuni elementi che ognuno di voi due ha portato dalle precedenti esperienze o il gruppo è qualcosa di nuovo, di completamente amalgamato?

«Credo che nessuno sia mai completamente nuovo a se stesso. E’ ovvio che ci si mischia in relazioni che creano altro, ma noi portiamo comunque una base personale che è il nostro passato e la nostra voglia di futuro, e queste cose cambiano insieme; quando le metti in gioco in una relazione è normale che quel che ritrovi non sia più la somma esatta di quel che avevi prima, non è una questione matematica. Sicuramente si sente la mia impronta come quella di Bruno perché abbiamo entrambi personalità musicali molto marcate, però quel che ne è uscito è qualcosa di ancora diverso a mio modo di vedere. Le idee danno vita ad altre idee, le cose si sviluppano con il confronto, l’approfondimento, lo studio, e questo c’è stato e c’è tuttora e quindi è normale che le cose cambino».

A questo proposito, c’è secondo te un’evoluzione, una direzione che i vostri tre dischi hanno preso, oppure ogni album è un mondo a sé?


«Entrambe le cose. Ogni disco è un po’ un mondo a sé ma nel senso che c’è una specie di progetto più o meno conscio che li unisce. Anche in questo momento, in cui è appena uscito “Tarlo Terzo”, sto già tramando per il prossimo album. Mi rendo conto che visti in prospettiva i tre lavori sono tre passaggi, tre stadi di una nascita di qualcosa che secondo me deve ancora venire. “Tornare nelle terra”, il primo disco, rappresenta i primordi totali, è l’humus, il brodo, la materia bruta; anche l’intenzione è meno definita, il progetto è sul nascere, è una fase evolutiva. Poi c’è “Non io”, che apre una sorta di non-individuazione, cioè c’è un non-individuo che è uscito da questa cosa. Il titolo non era pensato a questo scopo però a distanza di tempo ci rendiamo conto che sembra veramente una nascita, un primo prodotto che esce da quel brodo. “Tarlo Terzo” sembra invece la prassi, l’essere per fare, non saprei spiegarlo altrimenti».

La mia impressione di Tarlo Terzo è infatti quella di un potenziale ancora inespresso, ma in senso positivo, cioè che la sua bellezza sta anche nel farti intuire che chissà cos’altro può ancora arrivare.

«Questo è esattamente il gioco che vogliamo giocare – e quando dico giocare penso a un verbo che in altre lingue è esattamente identico a suonare. Troviamo cioè che sia avventuroso portare avanti un progetto che sembra già morto in partenza: con metà batteria e una chitarra dove vorrai andare? Ci sono infatti giorni in cui mi sento completamente sconfitto da questa situazione e ci sono invece giorni in cui mi ricordo che in fondo quello che ci piace, il blues, il rock ‘n’ roll – ma anche l’arte del ‘900 – sono retti su di un equilibrio sottilissimo di alchimie di istanti, di elementi che alla fine sono sempre identici a se stessi, non occorre reinventare l’universo. Per essere un bravo cuoco non devi inventare un ingrediente, devi ricavare il meglio anche da quei pochi che hai».

Proprio a proposito della ridottissima strumentazione dei Bachi, è strano come invece all’ascolto di Tarlo Terzo si pensi subito alla new wave e dunque a sonorità molto legate all’elettronica. Immagino che dietro a ciò ci sia una grandissima cura del suono.

«Mi fa piacere che mi abbia fatto questa domanda, perché veramente molti sono disorientati da ciò che sentono. Tuttavia, lo ripeto ancora una volta, quelli che suoniamo sono strumenti acustici, non filtrati attraverso riverberi o cose di questo genere. Quando sento persone poco competenti in questo campo – ma magari molto competenti, che so, in meccanica o informatica – mi sento pontificare sul fatto che noi sicuramente abbiamo usato il tale processore, il tale effetto, ma non è affatto così, sono semplicemente suoni tirati fuori dall’acustica degli strumenti stessi, e mi fa molto piacere che la gente dal vivo scopra che in mano ho un basso attaccato con un cavo a un amplificatore e basta. Credo che la semplicità sia la cosa più scioccante per le persone; in qualsiasi ambito la semplicità è in grado di fare miracoli. La semplicità è la vera eversione di un sistema».

I testi che scrivi – evidentemente aspetto fondamentale nella poetica dei Bachi – hanno una base preferenziale o gli spunti possono arrivare da qualsiasi tema?

«Gli spunti vengono da qualsiasi tema, ma cerco di darmi spesso una cornice che possa essere un alibi per non parlare mai direttamente di se stessi, dell’uomo. Il fatto di usare una cornice – ossia il rimando più o meno esplicito e costante a un ipotetico mondo di insetti che non esistono e in realtà siamo noi individui, con la nostra cocciutaggine, la capacità di imparare dagli errori o semplicemente ricaderci ogni volta che si ripresentano, tutta la nostra genialità e idiozia – ti solleva dalla posizione egocentrica di pontificare su te stesso e sulla tua vita o su quella degli altri. Questo nella pratica si traduce in un determinato uso, molto vigilato, del lessico, che non deve assolutamente mai sfociare nell’aulico, nel desueto, ma nemmeno nello slang populistico. Ricerco una sorta di grado zero del linguaggio per portare chi parla il più fuori possibile dal testo e per rendere il testo il più possibile una specie di cosa sempre esistita; mi appassiona molto l’idea della ricerca filologica, letteraria su testi dei quali magari è rimasto solo un frammento. Provo a pensare se un giorno trovassero mai un frammento di un mio testo in un ipotetico dopo-mondo; ecco, vorrei che quella cosa lì testimoniasse un’epoca, non me personalmente come soggetto, individuo, ma la testimonianza di un uomo mai esistito oppure sempre esistito».

Tarlo Terzo è un disco che ha avuto tantissimi riconoscimenti da parte di critica e stampa, ma quanto sta vendendo? Te lo chiedo perché ultimamente le regole del mercato dei dischi mi sembrano un po’ sfasate.

«Sono completamente sfasate. Il disco sta andando benissimo, solo che questo “benissimo” si traduce tra le 500 e le 1000 copie vendute. Ci si sente quasi degli stupidi a dirlo, ma il discorso che sta dietro a questa anomalia è lungo: molti pensano che sia una gran figata poter trovare il nostro disco, appena uscito, gratis su Internet grazie a qualche idealista convinto che la musica sia di tutti; sì, però peccato che noi ci siamo spaccati la schiena per fare questo disco. Se ci sono diecimila download del nostro album e noi ne abbiamo vendute 500 copie significa che ci stanno portando via la possibilità di fare il prossimo. Non stiamo parlando dei Metallica o di Madonna, è proprio una cosa che la gente non riesce a capire. Se tu apprezzi una cosa devi essere disposto a pagare dieci euro per averla. Del resto quanti giovani “alternativi” fumano hashish a nastro e se la comprano, sovvenzionando tra l’altro le mafie? Così come ti compri il fumo, se ti piace la musica ti compri la musica, perché in questo ambito, che non è, lo ripeto, quello di gruppi ultra affermati, è l’unico modo che dai a chi la fa per poter continuare. Perché se io e Bruno Dorella vendessimo i dischi che invece la gente si scarica potremmo dedicarci solo alla musica. Io non posso vivere di soli Bachi da Pietra, ovviamente nella vita ho il mio piano B, il mio universo completamente distaccato all’interno del quale mi prostituisco onestamente come ognuno fa. Può essere anche giusto, questo non lo contesto, fatto sta che se non avessi questo piano B, la gente che apprezza la mia musica e la scarica gratuitamente dal web mi costringerebbe a crepare di fame, a non poterla fare. E’ bello sapere che ci sono i nostri cd nel lettore di diecimila persone, però a causa di queste diecimila persone non riusciremmo a pagare la nostra prossima registrazione se noi non fossimo talmente ostinati da condurre la nostra arte fino alla morte. Manca il supporto di chi ci apprezza, e ciò è assurdo. Chi mette la musica on-line dice che la musica deve essere di tutti, però qualcuno la fa, questa musica. Allora perché non se la fanno loro la musica e si ascoltano quella? Se noi avessimo venduto tante copie quante quelle scaricate, ora avremmo già ristampato il disco e anche chi ha collaborato alla realizzazione starebbe guadagnando il suo micro-margine di profitto. Il paradosso totale è che c’è addirittura un sito russo che vende le nostre tracce a 90 centesimi l’una, e ovviamente noi non ne sappiamo nulla».

Com’è nata la collaborazione con Bronson Produzioni?

«E’ nata dalla lucidissima follia di Christopher Angiolini, che essendo un personaggio donchisciottesco come noi ha deciso di scagliarsi con la lancia in resta contro questo mulino e quindi di partecipare al progetto. Ciò ci ha fatto un enorme piacere, perché Chris è una delle persone più concrete e fattive che conosca e questo è molto importante. Tutte le persone che hanno collaborato a questo disco di buono abbiamo sicuramente che facciamo le cose. O almeno ci proviamo, ci sbattiamo per farle, che poi le facciamo bene o no sarà il tempo a dirlo. Basta pensare a Mirko Spino di Wallace Records, un’etichetta che in Italia ha fatto più di cento dischi senza ricevere un centesimo da nessuno, da una major, da un ente, da nessuno. Esiste da dieci anni e continua a fare, a proporre».

Per chiudere, ti chiedevo se i Bachi hanno in mente per il futuro prossimo altre collaborazioni come quella con Jason Molina di un annetto fa?

«La collaborazione con Jason nacque in modo molto casuale, grazie soprattutto allo zampino del solito Chris, che ci propose di aprire il concerto di Molina al Bronson. Da lì è nata un’apertura da parte di Jason enorme nei nostri confronti, tanto che arrivò a dirci che se fossimo stati una band di Chicago saremmo stati i migliori della scena. Queste cose sono veramente buffe, io vivo a Nizza Monferrato e quando uno come Jason Molina mi dice che se fossi a Chicago sarei il numero uno mi viene da sorridere, visto che qui c’è gente che non sa nemmeno che io suoni. Comunque, ora non c’è niente in cantiere, anche se tutto è possibile, considerato che anche la cosa con Molina era estemporanea. Avevamo cercato, grazie al contatto del tour manager di Jason che lavora con l’Europa, di proporre il nostro progetto per suonare nel Vecchio Continente, ma a quell’agenzia di management, così come a molte altre, non interessano gruppi italiani e così non hanno neanche ascoltato il nostro disco. Questa può sembrare una cosa orribile ma ha anche dei fondamenti di oggettività, perché oggettivamente quelli che di solito escono dall’Italia sono gruppi con molte pretese, che pensano di avere diritto a molte cose, pochissimi doveri e per i quali, soprattutto, alla fine la musica difficilmente è in primo piano davvero. E se tu pensi all’effetto che può fare a un non italico tanta musica che da noi spopola, ti rendi conto dell’idea che si ha all’estero della nostra proposta musicale. Quando ti senti chiusa la porta in faccia fa male, però, effettivamente, se guardo a chi ha bussato prima… I pregiudizi sono brutti, ma ti viene quasi da dire che hanno i loro fondamenti».

domenica 28 dicembre 2008

Ascolti 08


Siccome è impossibile sottrarsi al giochino della classifica di fine anno, eccola qua, a cuor leggero

N. 10 - Bachi da Pietra -
Tarlo terzo

Il terzo disco di Giovanni Succi e Bruno Dorella ribadisce ulteriormente quanto questo sodale sia una delle cose più belle accadute all'underground italico degli ultimi dieci anni. Bruno alle pelli e Giovanni che scrive, canta e suona la chitarra. Un'atmosfera nerissima e testi da incidere a fuoco nella memoria. "c'è un prezzo che ci compra e una morale che ci assolve pronta...". Migliore uscita italiana in assoluto, e non a caso arriva la produzione di Bronson, che per certe cose l'intuito ce l'ha...

N. 9 - Fennesz - Black Sea

Il più bel disco di Christian Fennesz a tutt'oggi esce quasi fuori tempo massimo per l'inclusione nel meglio del 2008. La bellezza algida di "Endless summer" e "Venice" acquista interiorità e il mare nero lascia fluire tutta la sua essenza più onirica ed eterea

N. 8 - Wovenhand - Ten Stones

Il misticismo e l'oscurità senza fine di Mosaic si fanno qui elettricità, energia. David Eugene Edwards non assolve nessuno e quasi quasi ti verrebbe anche a te da crederci, nel suo dio. E se in passato Wovenhand ti ammaliava in una spirale visioni ultraterrene, ora è difficile non farsi travolgere. Difficile e sbagliato

N. 7 - Marianne Faithfull - Easy come easy go

Tra un cameo di Nick Cave e uno di Cat Power, un vocalizzo di Antony e uno di Rufus Wainwright, un controcanto di Sean Lennon e uno di Jarvis Cocker (e gli apporti strumentali di Keith Richards, Marc Ribot, Jim White, Warren Ellis), qui non si poteva sbagliare. “Easy come easy go” è un disco tributo – la specialità della Faithfull – alle icone del rock’n’roll esistenzialista e a tutta la migliore american music, il jazz e il musical, il folk e il blues, il country e il rock del 2000

N. 6 - The Black Angels - Directions to see a Ghost
Era da un bel po' che non si sentiva un sitar così. In quanto a psichedelia i Black Angels se la cavano meglio di chiunque altro fin dallo scioglimento degli Spacemen 3 – ascoltiamo l’oscura e ieratica "Science Killer" e i sedici minuti della conclusiva "Snake in the Grass" – e sono anche in grado di ravvivare la propria pesantezza con una conoscenza funzionale degli agganci pop e di come utilizzarli

N. 5 - Calexico - Carried to dust

John Convertino e Joey Burns fanno più o meno lo stesso disco da dieci anni ma se ti piace il suono del west, del meticciato, delle atmosfere à la Morricone, di qui ci devi passare per forza. E col tempo il tutto è sempre meglio. In "Carried to dust" c'è poi "Two silver trees", che è il più bel singolo dell'anno

N. 4 - Aufgehoben - Khora

Ancora Holy Mountain per gli eccezionali Aufgehoben e il loro strepitoso quinto album. Il loro cattivissimo power noise rock è ostile come delle bestie feroci meccaniche ingabbiate a forza tramite livelli di distorsione, percussioni pietrose e un ampio spettro di sovratoni prodotti dalla corde della chitarra graffiate e scorticate. Un suono che, pur decisamente ostico, sotto la scorza grezza si rivela ascolto dopo ascolto molto finemente modulato e mai fine a se stesso, evolvendosi peraltro fortemente nel corso degli anni. Dimostrazione ne è appunto “Khora”. Se il precedente “Messidor” sembrava aver allentato leggermente la morsa corrosiva della band, il quinto disco la ricompatta. Percussivo e anarchico, “Khora” si libera di qualsivoglia schema e forma rock per farne un’ascia bipenne con cui sfrondare i nostri nervi.

N. 3 - Portishead - Third

A dieci anni dal loro ultimo lavoro (tra l'altro un live), Beth Gibbons e soci sgombrano ovviamente il campo da Bristol sound, trip-hop e quant'altro per un disco sbalorditivo che recupera in pieno il loro fulgore ma da prospettive totalmente inaspettate.
Tornano allora prepotentemente in risalto l'elettronica (ma questa è un'altra roba), l'accavallamento e l'intersezione stilistica, e il ricorso a sonorità di ogni risma (ricavate persino da un tenue banjo all'interno di Deep Water), ma sono soprattutto le virtù vocali della Gibbons ad esaltare un album che non è in nessun modo catalogabile come un succedaneo dei primi due.

N. 2 - T Bone Burnett - Tooth of crime
Come spiega magistralmente Mr. Crown nei suoi Crownicles, questo disco ha la dote rara di evocare visioni, e non è un caso.
L'album è infatti l'ultimo frutto della lunga collaborazione di T Bone con il drammaturgo Sam Shepard, che scrisse inizialmente la commedia "Tooth of crime" nel 1972, ambientandone però l'azione in un'epoca molto simile a quella attuale. Le canzoni ispirate ad essa sono venute fuori come infrangendo uno specchio, mille pezzi con mille sfaccettature diverse, diventando un distillato di conflitti moderni e di drammi personali, con arrangiamenti che sono immaginativi ed inventivi, ed esecuzioni che sono capolavori in serie.

N. 1 - Fuck Buttons - Street Horrrsing

Loro sono in due (Andrew Hung e Benjamin John Power), sono inglesi, si chiamano Fuck Buttons e il loro primo album, il più bello del 2008, è un insieme di strati e sovraincisioni elettroniche rumoriste. Un disco fisico e crudo, 50 minuti impegnativi, sei lunghi pezzi in costante disequilibrio tra strutture spigolose e la morbidezza di alcuni frammenti di melodia disseminati tra le pieghe di una logica pop completamente ribaltata. Grida, voci snaturate e sature di effetti, nessuna chitarra, drone ossessivi e maltrattati. Un maelstrom di elettronica impazzita nel fondo del quale una pura, cristallina bellezza ti guarda dritto negli occhi. Meraviglioso.

Da questa scelta sono rimasti esclusi molto a malincuore Ascend, B. Eno & D. Byrne, Metallica, Boduf Songs, Vic Chesnutt & Elf Power, Notwist, Prurient, Larkin Grimm

martedì 18 novembre 2008

bye bye dickhead


Bush verrà ricordato nei libri di storia come il peggior presidente degli ultimi 200 anni. La responsabilità di quanto sta accadendo nel mondo economico ricade interamente su di lui e sui suoi otto anni di deregulation esasperate e selvagge. E ora probabilmente è tardi per cercare rimedio, perchè sono davvero poche le differenze tra la grande depressione del '29 negli Usa e questa, il percorso è esattamente lo stesso: una ricetta perversa di avidità, indebitamento, speculazione, laissez-faire, e soprattutto un'infinita incoscienza. Ora come allora l'America porterà la croce di aver trascinato nella crisi il mondo intero. Patetico poi il piano di intervento dell'amministrazione Bush (in realtà poi della Fed) prima delle elezioni, dopo aver avallato negli anni ogni tipo di appropriazione, debita e indebita; fortuna che almeno gli elettori hanno avuto il buon senso di eleggere l'unico personaggio forse in grado di gestire la situazione con un minimo di cognizione di causa. Welcome Barack, go to hell George W.

venerdì 6 giugno 2008

Crete Goat Festival 2008


Dopo qualche indiscrezione trapelata qua e là, è stato finalmente reso noto il programma della ventiduesima edizione del Crete Goat Festival, che si terrà come sempre nell’incredibile scenario naturale delle grotte di Haghios Nicholaos, sulla costa occidentale di Creta, dall’1 al 3 agosto 2008. Caratteristica del festival creato nel 1987 dall’eclettica mente di Georghiu Psoryasys (lo ricordiamo suonatore di cetra con Nick Cave) è l’assoluta, totale assenza di elettricità, che “costringe” tutti i gruppi a suonare rigorosamente unplugged, sfruttando però la sensazionale acustica delle grotte, una cassa di risonanza naturale davvero stupefacente. Si è già appresa la notizia della presenza (il 2) del grande Alexandros Katiakos – e questo basterebbe le dracme del biglietto per l’intero festival – ma ancor più allettante è la conferma ormai ufficiale della reunion in occasione del CGF 08 degli Ouzoss in formazione originale, cioè con anche il chitarrista Kanello Kanellopoulos, fresco di scarcerazione dopo i vent’anni assegnatigli ingiustamente per l’omicidio dei suoi vicini di casa (ma sull’oscura vicenda si sono già spese anche troppe parole. Kanellopoulos era innocente. Punto). La band guidata da Scotty Tatrakis – come impone la moda di questi ultimi anni – eseguirà completamente lo storico album del 1988 “Mpff gmar oh god”, con ogni pezzo cantato da Tatrakis mentre ingolla bocconi di pita bifteki, e nella versione “lunga” di quasi 14 ore, concepita ed eseguita una sola altra volta dal vivo proprio in occasione del CGF 92. Tra l’altro, da quel che ho inteso dalle scarne note stampa, la vera particolarità dell’esibizione non è tanto l’assurda durata quanto il fatto che durante il live set la grotta Kteuson, per l’alternarsi delle maree, sarà ad un certo punto quasi completamente allagata, lasciando, pare, ai cinque della band pochi centimetri di spazio vitale. A completare i ranghi delle band di area ellenica, i rodiensi Friends of Jerry Lewisakis, recentemente di supporto agli Smegma nel loro mini-tour nei Balcani, e l’unico gruppo cretese degno di nota (ad esclusione naturalmente della Psarandonys Family), i Carrots Are Not That Good, di cui la Neurot ha a sorpresa pubblicato uno split con i Battle of Mice.
Tra le star internazionali del festival da segnalare invece la svedese El Perro del Mar, Henry Rollins (con l’adatissimo show “Spoken Word”), i Black Keys in versione gregoriana, Leonard Cohen, Tom Waits, Neil Young, Bob Dylan e i Neurosis. Il programma completo si trova comunque su www.goatfest.com Tra gli highlight del 2007: i Wolf Eyes che dividono il pubblico con la loro sillabazione tramite rutti di Zorba il Greco, per alcuni pura iconoclastia punk, per altri irriguardevole ciofeca. Poi la performance degli Einsturzende Neubauten, impegnati per 50 minuti con la sola esecuzione di “Silence is sexy”; Steve Von Till, con l’esecuzione solo voce e sciabordio d’acqua su pietra. E la reunion degli Sleep, che per due ore e quaranta suonano una campana tibetana ripetendo all’infinito “Psarandonys is my master”.

martedì 27 maggio 2008

atp 08 explosions in the sky


L’All Tomorrow’s Parties (ATP) è un festival che si tiene un paio di volte all’anno in Inghilterra, di solito a Minehead, piccola cittadina del Somerset di fronte al Galles (dove è per altro facilissimo finire per sbaglio tramite il ponte più lungo del mondo, quando si guida da ore sul lato sbagliato della strada e le rotonde si rivelano sempre più piene di insidie. Ma questa è un’altra storia). Ma più che Minehead è il Butlins di Minehead (un incrocio agghiacciante tra un Valtur e una Mirabilandia scrausa) ad ospitare l’Atp, in virtù della sua sterminata capienza. La caratteristica più interessante di questo festival è comunque il fatto che ogni edizione è curata da un direttore artistico diverso (un gruppo o un artista) che naturalmente finisce per darne un’impronta stilistica ben precisa. Quello che ho visto a metà maggio, ad esempio, era organizzato dagli Explosions in the Sky e di conseguenza ecco un sacco di band Temporary Residence (Mono, The Drift, Eluvium, Lazarus, Envy), oltre a gruppi dal sound simil-Explosionesco quali By the trail of Dead, Battles, Stars of the Lid, ecc. Ma tante – per fortuna – anche le derive in ogni direzione, dai The National agli Iron and Wine, da Ghostface Killah (!) a Jens Lekman, Animal Collective o Broken Social Scene. A parte l’organizzazione un po’ clownesca (tipo far suonare i Battles – la band più hype del pianeta in questo momento – nel palco più piccolo, lasciando fuori metà della gente) l’Atp ha mantenuto le aspettative, con il sontuoso live dei Polvo (la miglior band degli anni ’90, riformatasi a sorpresa), dei commoventi Dinosaur Jr in formazione originale Mascis-Barlow in grado di spazzare via chiunque, un rarissimo live dei Silver Jews (il 59° concerto in 17 anni di attività), gli stessi Explosions a dimostrare – come del resto i fantastici Mono – quanto anche una band solo strumentale possa magnificamente tenere il palco. Ma la sorpresa del festival è stata senza dubbio Phosphorescent, all’anagrafe Matthew Houck, sorta di Will Oldham anfetaminico in possesso di voce da panico e numeri da grande. Ne sentiremo parlare presto.

venerdì 11 aprile 2008

the joke


Finalmente, qualche sera fa al Lumiere di Bologna, ho avuto la fortuna di assistere all'incredibile "film" La beffa (The Joke), di Mactan Latrodectus, di cui tanto si è detto e letto, soprattutto in internet. Quest'opera muta in bianco e nero del vincitore del Sundance 2007 (sezione "New faces for the new millennium") usa il pubblico "come cast riflesso" ed è una parodia degli "eventi specifici del pubblico" di Hollis Frampton. In pratica due videocamere riprendono nella sala il pubblico del "film" e proiettano sullo schermo le immagini risultanti, ossia il pubblico della sala che guarda se stesso guardare se stesso mentre comprende "la beffa" e si mostra sempre più imbarazzato e a disagio e ostile, comprendendo di far parte dell'involuto flusso "antinarrativo" del film. La durata del tutto è, ovviamente, imprevedibile - nel mio caso una quarantina di minuti prima che tutti se ne andassero - e l'operazione (credo) vada presa come il titolo suggerisce. La Film & Kartridge Kultcher di Sperber ha comunque affermato che The Joke "suona inconsapevolmente la campana a morto del cinema postpoststrutturale in termini di puro fastidio". Se vi capita...

mercoledì 2 aprile 2008

sconcerto


“Dorothy. Sconcerto per Oz”, il nuovo lavoro di Fanny & Alexander (l’uso del termine “spettacolo” sarebbe puramente simbolico), porta la drammaturgia di Luigi de Angelis e Chiara Lagani a un punto di non ritorno, a una ridefinizione degli assetti teatrali realmente sconcertante con la quale occorrerà fare i conti da ora in poi. In un teatro trasformato in una sorta di luogo di rifugio da un metaforico ciclone Dorothy, gli spettatori si trovano però presto coinvolti in un altro ciclone, interno, proprio lì dove dovrebbero essere al sicuro, un ciclone che lentamente ma inesorabilmente sconvolge la morfologia del codice “platea-palcoscenico” in tutti i modi possibili. Con un deragliante effetto domino le figure delle tre streghe del Mago di Oz invocate da un bizzarro direttore d’orchestra – dalle inquietanti ma assurde fattezze hitleriane – si diffraggono su altrettante attrici impegnate nell’interpretazione di personaggi femminili landolfiani, ai quali per sinestesia si associano i “colori” di tre soprano e ancora di tre musiciste, tutte impegnate nel loro personale, scollegato, compito interpretativo. Tutto ciò potrebbe sembrare d’acchito un caos totale, ma in realtà il disordine è organizzato nei minimi dettagli, secondo i concetti di casualità e silenzio di John Cage, le cui “Europeras” sono di Dorothy una delle linee guida. E’ anzi evidente che a ben guardare il groviglio espressivo messo in atto è spesso lucidamente allineato in sottotrame perfettamente comprensibili, per cogliere le quali De Angelis e Lagani chiedono però uno sforzo in più, un’attenzione diversa dal solito, un contratto fatale tra opera e spettatore. Avanzando lungo quelle che sembrano traiettorie espressive – drammaturgiche, musicali, vocali – completamente anarchiche, sempre in bilico tra la situazione reale del disastro e quella fantastica di Oz, in uno spazio che non ha più confini canonici – parte del pubblico è alloggiata sul palcoscenico su dei lettini d’emergenza, insieme ad alcune delle interpreti –, lo (s)concerto per Oz assume sempre più i tratti di un linguaggio artistico inedito, di un meccanismo creativo del tutto nuovo, in grado di far scaturire quell’incomprensibile ma contagiosa energia che solo i rivolgimenti epocali celano in sé. Fino alla rivelazione conclusiva che l’intenzione di tutto ciò, forse, è proprio il non avere alcuna intenzione. Dorothy non è una irreversibile negazione del teatro, piuttosto uno degli atti d’amore più grande verso di esso mai realizzati.