L’All Tomorrow’s Parties (ATP) è un festival che si tiene un paio di volte all’anno in Inghilterra, di solito a Minehead, piccola cittadina del Somerset di fronte al Galles (dove è per altro facilissimo finire per sbaglio tramite il ponte più lungo del mondo, quando si guida da ore sul lato sbagliato della strada e le rotonde si rivelano sempre più piene di insidie. Ma questa è un’altra storia). Ma più che Minehead è il Butlins di Minehead (un incrocio agghiacciante tra un Valtur e una Mirabilandia scrausa) ad ospitare l’Atp, in virtù della sua sterminata capienza. La caratteristica più interessante di questo festival è comunque il fatto che ogni edizione è curata da un direttore artistico diverso (un gruppo o un artista) che naturalmente finisce per darne un’impronta stilistica ben precisa. Quello che ho visto a metà maggio, ad esempio, era organizzato dagli Explosions in the Sky e di conseguenza ecco un sacco di band Temporary Residence (Mono, The Drift, Eluvium, Lazarus, Envy), oltre a gruppi dal sound simil-Explosionesco quali By the trail of Dead, Battles, Stars of the Lid, ecc. Ma tante – per fortuna – anche le derive in ogni direzione, dai The National agli Iron and Wine, da Ghostface Killah (!) a Jens Lekman, Animal Collective o Broken Social Scene. A parte l’organizzazione un po’ clownesca (tipo far suonare i Battles – la band più hype del pianeta in questo momento – nel palco più piccolo, lasciando fuori metà della gente) l’Atp ha mantenuto le aspettative, con il sontuoso live dei Polvo (la miglior band degli anni ’90, riformatasi a sorpresa), dei commoventi Dinosaur Jr in formazione originale Mascis-Barlow in grado di spazzare via chiunque, un rarissimo live dei Silver Jews (il 59° concerto in 17 anni di attività), gli stessi Explosions a dimostrare – come del resto i fantastici Mono – quanto anche una band solo strumentale possa magnificamente tenere il palco. Ma la sorpresa del festival è stata senza dubbio Phosphorescent, all’anagrafe Matthew Houck, sorta di Will Oldham anfetaminico in possesso di voce da panico e numeri da grande. Ne sentiremo parlare presto.
martedì 27 maggio 2008
atp 08 explosions in the sky
L’All Tomorrow’s Parties (ATP) è un festival che si tiene un paio di volte all’anno in Inghilterra, di solito a Minehead, piccola cittadina del Somerset di fronte al Galles (dove è per altro facilissimo finire per sbaglio tramite il ponte più lungo del mondo, quando si guida da ore sul lato sbagliato della strada e le rotonde si rivelano sempre più piene di insidie. Ma questa è un’altra storia). Ma più che Minehead è il Butlins di Minehead (un incrocio agghiacciante tra un Valtur e una Mirabilandia scrausa) ad ospitare l’Atp, in virtù della sua sterminata capienza. La caratteristica più interessante di questo festival è comunque il fatto che ogni edizione è curata da un direttore artistico diverso (un gruppo o un artista) che naturalmente finisce per darne un’impronta stilistica ben precisa. Quello che ho visto a metà maggio, ad esempio, era organizzato dagli Explosions in the Sky e di conseguenza ecco un sacco di band Temporary Residence (Mono, The Drift, Eluvium, Lazarus, Envy), oltre a gruppi dal sound simil-Explosionesco quali By the trail of Dead, Battles, Stars of the Lid, ecc. Ma tante – per fortuna – anche le derive in ogni direzione, dai The National agli Iron and Wine, da Ghostface Killah (!) a Jens Lekman, Animal Collective o Broken Social Scene. A parte l’organizzazione un po’ clownesca (tipo far suonare i Battles – la band più hype del pianeta in questo momento – nel palco più piccolo, lasciando fuori metà della gente) l’Atp ha mantenuto le aspettative, con il sontuoso live dei Polvo (la miglior band degli anni ’90, riformatasi a sorpresa), dei commoventi Dinosaur Jr in formazione originale Mascis-Barlow in grado di spazzare via chiunque, un rarissimo live dei Silver Jews (il 59° concerto in 17 anni di attività), gli stessi Explosions a dimostrare – come del resto i fantastici Mono – quanto anche una band solo strumentale possa magnificamente tenere il palco. Ma la sorpresa del festival è stata senza dubbio Phosphorescent, all’anagrafe Matthew Houck, sorta di Will Oldham anfetaminico in possesso di voce da panico e numeri da grande. Ne sentiremo parlare presto.
venerdì 11 aprile 2008
the joke

Finalmente, qualche sera fa al Lumiere di Bologna, ho avuto la fortuna di assistere all'incredibile "film" La beffa (The Joke), di Mactan Latrodectus, di cui tanto si è detto e letto, soprattutto in internet. Quest'opera muta in bianco e nero del vincitore del Sundance 2007 (sezione "New faces for the new millennium") usa il pubblico "come cast riflesso" ed è una parodia degli "eventi specifici del pubblico" di Hollis Frampton. In pratica due videocamere riprendono nella sala il pubblico del "film" e proiettano sullo schermo le immagini risultanti, ossia il pubblico della sala che guarda se stesso guardare se stesso mentre comprende "la beffa" e si mostra sempre più imbarazzato e a disagio e ostile, comprendendo di far parte dell'involuto flusso "antinarrativo" del film. La durata del tutto è, ovviamente, imprevedibile - nel mio caso una quarantina di minuti prima che tutti se ne andassero - e l'operazione (credo) vada presa come il titolo suggerisce. La Film & Kartridge Kultcher di Sperber ha comunque affermato che The Joke "suona inconsapevolmente la campana a morto del cinema postpoststrutturale in termini di puro fastidio". Se vi capita...
mercoledì 2 aprile 2008
sconcerto

“Dorothy. Sconcerto per Oz”, il nuovo lavoro di Fanny & Alexander (l’uso del termine “spettacolo” sarebbe puramente simbolico), porta la drammaturgia di Luigi de Angelis e Chiara Lagani a un punto di non ritorno, a una ridefinizione degli assetti teatrali realmente sconcertante con la quale occorrerà fare i conti da ora in poi. In un teatro trasformato in una sorta di luogo di rifugio da un metaforico ciclone Dorothy, gli spettatori si trovano però presto coinvolti in un altro ciclone, interno, proprio lì dove dovrebbero essere al sicuro, un ciclone che lentamente ma inesorabilmente sconvolge la morfologia del codice “platea-palcoscenico” in tutti i modi possibili. Con un deragliante effetto domino le figure delle tre streghe del Mago di Oz invocate da un bizzarro direttore d’orchestra – dalle inquietanti ma assurde fattezze hitleriane – si diffraggono su altrettante attrici impegnate nell’interpretazione di personaggi femminili landolfiani, ai quali per sinestesia si associano i “colori” di tre soprano e ancora di tre musiciste, tutte impegnate nel loro personale, scollegato, compito interpretativo. Tutto ciò potrebbe sembrare d’acchito un caos totale, ma in realtà il disordine è organizzato nei minimi dettagli, secondo i concetti di casualità e silenzio di John Cage, le cui “Europeras” sono di Dorothy una delle linee guida. E’ anzi evidente che a ben guardare il groviglio espressivo messo in atto è spesso lucidamente allineato in sottotrame perfettamente comprensibili, per cogliere le quali De Angelis e Lagani chiedono però uno sforzo in più, un’attenzione diversa dal solito, un contratto fatale tra opera e spettatore. Avanzando lungo quelle che sembrano traiettorie espressive – drammaturgiche, musicali, vocali – completamente anarchiche, sempre in bilico tra la situazione reale del disastro e quella fantastica di Oz, in uno spazio che non ha più confini canonici – parte del pubblico è alloggiata sul palcoscenico su dei lettini d’emergenza, insieme ad alcune delle interpreti –, lo (s)concerto per Oz assume sempre più i tratti di un linguaggio artistico inedito, di un meccanismo creativo del tutto nuovo, in grado di far scaturire quell’incomprensibile ma contagiosa energia che solo i rivolgimenti epocali celano in sé. Fino alla rivelazione conclusiva che l’intenzione di tutto ciò, forse, è proprio il non avere alcuna intenzione. Dorothy non è una irreversibile negazione del teatro, piuttosto uno degli atti d’amore più grande verso di esso mai realizzati.
giovedì 20 marzo 2008
vote or die?

Ieri sera ho rivisto una geniale puntata di South Park che mi ha ovviamente chiarito definitivamente le idee sul cosa fare alle prossime elezioni italiche: io non voterò.
Nel geniale episodio alcuni animalisti proibiscono alle elementari di South Park di utilizzare una mucca come mascotte della scuola. I bambini sono allora invitati a proporre e votare la nuova mascotte, ma per uno scherzo di Cartman e Kyle la scelta finale sarà tra un panino alla merda o una peretta gigante. Proprio per questo motivo Stan si rifiuta di votare, visto che per lui sono entrambe orrende, ma il suo rifiuto di avvalersi di "uno dei principi cardine della democrazia" gli costerà l'esilio dalla città.
E qui sta proprio il punto della situazione politica italiana: votare per Berlusconi o Veltroni è come scegliere tra un panino alla merda e una peretta gigante. Negli ultimi anni di vomitevole panorama politico ho sempre reisistito al fortissimo impulso di mandare tutti a fare in culo solo perchè all'ultimo vinceva sempre la considerazione che uno schiaffazzo in piena faccia (il centrosinistra) è pur sempre meglio di un calcio nelle palle (la vittoria del centrodestra), ma adesso basta.
Il fatto poi che il voto sia "un diritto ma anche un dovere" non ha per me più alcun valore; un diritto ci può anche stare (sebbene sia convinto che molti dovrebbero conquistarselo, questo diritto) ma un dovere proprio no (lo sarebbe se chi viene eletto di volta in volta facesse il suo, di dovere). E considerato anche che non ritengo affatto la democrazia come la miglior forma possibile di governo, io quest'anno il 13 e 14 aprile me ne vado a pescare.
Ora mi sento meglio.
lunedì 3 marzo 2008
no country for old men

Il nuovo film dei fratelli Coen è un'opera perfetta, in cui tutto - cast, sceneggiatura, fotografia, luci, soundtrack, regia ovviamente - si fonde dentro una storia (tratta dal premio Pulitzer Cormac McCarthy) strepitosa, sghemba, sorprendente, tesa a superare la visione di un West degli Stati Uniti come miticamente violento per mostrarne invece l'aspetto realmente violento. Ma ai Coen non interessa una cinica e compiaciuta presa d'atto di una realtà innegabile. L'iperbole è la cifra stilistica di "Non è un paese per vecchi" ma i due registi non si fermano alla coreografia raffinata della violenza. Non si accontentano di ironizzare. Non gli basta mostrare quanto sono bravi a suscitare il riso dinanzi a un brutale assassinio. Non è questo il loro scopo. Ciò che per loro conta è riuscire a mettere in rilievo anche solo una scintilla di umanità in un mondo che sembra governato dalla follia. Ed ecco allora il personaggio del cauto, quasi pavido sceriffo interpretato da un grande Tommy Lee Jones (che ormai potrebbe venire candidato all'Oscar anche se lo filmano in fila alle poste), un uomo la cui normalità detta gli equilibri nello scontro con la geniale malvagità dello psicopatico Chigurh/Bardem.
Il film, uno dei più belli degli ultimi dieci, quindici anni, è destinato a divenire un classico di tutti i tempi. Ma non ricordo un'opera dei Coen che non lo sia.
giovedì 28 febbraio 2008
Un pacco. Ma tirato con classe

E bravo Burial. Al quale si può dire tutto tranne che non abbia un formidabile tempismo. Il pischello londinese imbrocca l'album di debutto alla grande (titolo omonimo) nel 2006 riuscendo a infondere nuova linfa vitale a un genere - chiamiamolo "dub-trip-hop" - che da tempo non aveva più alcunché da dire, e questo grazie a un'atmosfera scurissima e a dei suoni effettivamente accattivanti, ipnotici, intelligenti, insomma ben fatti. Nessuno se ne rende conto tranne, pare, Wire, che lo elegge addirittura disco dell'anno. Bene, approfittiamone allora, e vai col secondo album pompato da cotal biglietto da visita. Solo che come si fa a evolvere da un suono che già miracolosamente l'aveva sfangata dalla banalità in prima battuta? E infatti. "Untrue" esce verso la fine del 2007 atteso da tutti come un evento e poi giudicato da tutti come un capolavoro. Ma il disco è pessimo. E' una copia slavata dell'altro (alcuni pezzi sono simili in modo direi imbarazzante...), nessuna nuova idea se non quella di cavalcare l'onda del successo e di raffinare ulteriormente i suoni in vista di un'apertura sempre più commerciale. Un disco inutile, che anzi alla lunga irrita, con quei passaggi sempre uguali, quelle voci in sottofondo strasentite, i campionamenti triti. Però io ci sono cascato e l'ho comprato a scatola chiusa. Anzi, a pacco chiuso.
sabato 23 febbraio 2008
lo scherzo infinito
Dopo oltre tre mesi ho terminato la lettura di Infinite Jest, le 1279 pagine con cui David Foster Wallace lascia una traccia indelebile nella letteratura mondiale. Infinite Jest (scherzo infinito) è un capolavoro sotto molti aspetti, ma prima di tutto è un'opera che andrebbe affrontata di petto, con foga, senza farsi spaventare dalla mole (tra l'altro il testo è anche in un corpo minuscolo) e dai tanti interludi apparentemente slegati dalla trama, come invece ho fatto io, che ho intramezzato la lettura ad altre cose e ho addirittura saltato dei passaggi, finendo per dover tornare indietro per ripescare dettagli che si sono poi rivelati fondamentali. La trama è semplice e allettante: nel futuro non troppo remoto di un'America agghiacciante la merce, la pubblicità e l'intrattenimento hanno occupato ogni interstizio della vita quotidiana (tanto che anche gli anni non procedono più in ordine cronologico ma con nomi di sponsorizzazioni, tipo "l'anno del Pannolone per Adulti Depend" o Apad), mentre le droghe di ogni genere sono diffuse ovunque, come una panacea alla noia e alla disperazione. E' a questo punto che irrompe sul mercato un film misterioso, "Infinite Jest" appunto, così appassionante e ipnotico da cancellare immediatamente ogni desiderio se non quello di guardare le immagini all'infinito, fino alla morte. Attorno al film si scatena una caccia grottesca dei serivizi segreti americani e di un gruppo di assurdi separatisti quebechiani, tutti su sedia a rotelle, e la caccia porta verso la Enfield Tennis Academy di Boston e la Ennet House, sempre di Boston, un ricovero per recupero di tossici all'ultimo stadio. Questo perchè poco per volta si scopre che quasi sicuramente l'autore del film letale è il fondatore dell'ETA, James Orin Incandenza, diventato in tarda età un regista di culto e poi suicidatosi in maniera incredibile (ma all'ETA ci sono ancora la moglie di lui, Avril, che ne è la direttrice, e due dei figli, Mario, un handicappato che ne era assitente personale, e Hal, giovane promessa del tennis continentale) e che alcune figure chiave dei suoi film sono ospiti del centro di recupero. In questo contesto Wallace inserisce una pletora di sub-personaggi spettacolari, le cui storie sono dei veri e propri romanzi nel romanzo, racconta per filo e per segno le trame di tutti i film di Incandenza Sr. (e se qualcuno si provasse davvero a girarne alcuni ci sarebbero delle sorprese...), spiega come parte del Canada e alcuni stati Usa siano diventati delle enormi discariche in cui gli Usa sparano tutti i loro rifiuti tramite catapulte, fa nascere l'Eschaton, un gioco di simulazione pazzesco che fanno i ragazzi dell'ETA, e così via, anche tramite le 388 note ed errata corrige che sono semplicemente geniali. Il tutto per arrivare a una fine spiazzante che mi ha lasciato a bocca aperta e, ora, con un senso orrendo di abbandono. DFW ha poi una proprietà di linguaggio totale e una conoscenza profondissima delle parole, che usa sempre in modo calibratissimo, ricorrendo anche a splendidi (e misteriosi) neologismi; tutto così suona sempre ironico, poco serio, proprio perchè raccontato con un eloquio forbitissimo e a tratti scientifico. Espressioni come "morire per soffocamento, mucoidale o no, non è proprio come andare alla Festa dei tulipani di Montreal" o, parlando di uso di droghe da parte di un cestista, "per diverse ore dopo il ragazzo soffriva di una perdita di propriocezione così vertiginosa da non riuscire letteralmente più a riconscersi il culo dal gomito, lasciamo perdere fare mosse autoritarie verso canestro" finiscono ogni volta per trasformare la situazione anche più pesante e tragica in uno scherzo infinito, e la lunghezza dell'opera contribuisce a creare proprio una sorta di dipendenza del lettore verso questo clima sarcastico che vorresti continuare a leggere all'infinito. Senza parlare delle innumerevoli digressioni che, è vero, il più delle volte non c'entrano assolutamente nulla nell'economia della trama, ma che vorresti non finissero mai. Un esempio su tutti: ad un certo punto, parlando di giovanissimi tennisti che sbroccano per il succeso, Wallace si inventa la storia di questo ragazzino californiano che dopo l'ultimo successo arriva a casa di notte e si suicida bevendosi un bicchiere di Nesquik corretto con del cianuro di sodio. Ma ecco che si sveglia il padre, lo trova schiumante e con la faccia blu e si getta a fargli la respirazione bocca a bocca, avvelenandosi a sua volta e morendo, e così la moglie, che trova il marito e gli pratica la respirazione, e così via tutti gli altri 6 fratelli "che hanno tutti fatto un corso di Pronto Soccorso di quattro ore sponsorizzato dal Rotary alla Ymca di Fresno".
Questo libro è imprescindibile, qualcuno lo legga, vi prego, ho bisogno di parlarne!!
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